A pensarci, c'è tutto il senso del mondo nel fatto che l'unica data italiana del Britpop Tour 2025 di Robbie Williams sia andata in scena a Trieste, terra di confine e di elementi (aria, acqua, terra) che sanno imbizzarrirsi fino a farti paura, per poi tornare placidi e rassicuranti. Ogni cosa a Trieste è sospesa tra due mondi, tra due culture, tra due lingue, e questa dicotomia ha una corrispondenza quasi perfetta con la carriera ormai ultra trentennale di Williams, in assoluto il più rocker fra i cantanti pop, e, prima di questo, il ragazzo profondamente irrequieto che ha provato a stare alle regole del gioco di una boy band di fama planetaria.



"Trieste ha una scontrosa grazia", diceva Umberto Saba, e il Robbie Williams del periodo dei Take That era esattamente quella cosa lì: grazioso, sfuggente, con angoli di mistero che solo con il tempo, e grazie alla sua generosità, avremmo imparato a conoscere. Chissà se gli organizzatori di GO! 2025 & Friends, il palinsesto di eventi legati a Gorizia capitale europea della cultura (tutte le info qui) hanno pensato a queste affinità elettive, quando hanno voluto proprio lui come protagonista il 17 luglio del live nello (splendido) stadio Nereo Rocco, a una quindicina di minuti dal centro della città.

Certo è che con quasi 30mila biglietti venduti, Trieste, che parla una lingua tutta sua e al bar la gente trova il tempo di scambiare due chiacchiere, non se ne va teletrasportata dall’"ho troppo da fare" e appena esce il sole, tutti con il naso in su a prenderlo in spiaggia, sul lungomare, ma anche ai tavolini degli splendidi caffè, era felicemente piena di gente. E ancora più del solito il mix di lingue che si sentivano in giro, tra la grandeur dei palazzi testimoni dell’anima commerciale della città e i monumentali luoghi di culto, attestazione della placida convivenza tra popoli, era densissimo.

Inglese, tedesco, italiano, francese, sloveno: il pubblico di Robbie Williams ha risposto da tutta Europa alla chiamata, e anche senza un disco nuovo da promuovere (arriverà ad ottobre, si chiamerà Britpop e sarà il tredicesimo, raccolte e live esclusi, nda), gli ha regalato un sold-out non così scontato. Lui, in cambio, ha fatto per due ore fitte la cosa che, come ha dichiarato con quella spacconeria mitigata dall'ironia, gli riesce meglio in assoluto: l'entertainment. Sa, e anche questo non era scontato visti gli anni a combattere contro ansia, depressione, dipendenza da sostanze, in che cosa è davvero forte (spoiler: canto compreso) e attorno a quello ha cucito uno show che lo rispecchia al cento per cento, narcisismo (parole sue) e boomerismo incluso.

D'altronde solo pochi giorni prima del live triestino, aveva detto a noi di Elle come per molti anni non fosse riuscito "a capire perché non mi sentissi confident. Ho aspettato che la sicurezza in me arrivasse, ma non è mai successo, ho sempre finto di esserlo. Nel tempo mi sono reso conto di non essere sicuro di me, ma di essere coraggioso. E penso che essere coraggiosi sia più importante di essere confident. Per tutto quel tempo, mentre ricercavo in me questa sicurezza, non mi ero reso conto che la mia caratteristica più importante era essere, per molti versi, pieno di coraggio".

Performer in a futuristic outfit singing on stagepinterest
Simone Di Luca
Britpop Tour 2025 di Robbie Williams allo stadio Nereo Rocco di Trieste

Non saprei dire se "coraggioso" sia un aggettivo che ben si abbina allo show a cui ho assistito. Certo, ci sono state diverse parti in cui Robbie Williams ha raccontato del suo passato turbolento, della fase della vita in cui tutto era riassumibile nella strofa di quello che ad oggi è ancora probabilmente il suo maggiore successo, ovvero Feel, e che dice "I don’t wanna die / But I ain’t keen on living either", e del presente fatto di preoccupazioni da persona ormai adulta, come la mamma che soffre di demenza senile, e "a volte non sa chi sono o dove si trova", il padre che invece ha il Parkinson, e la suocera che combatte "con tre diverse malattie".

Ma non sta qui il coraggio, per uno che in fondo al pubblico non ha mai davvero nascosto quasi nulla di sé: a guardare bene, si è sempre capito o almeno, almeno intuito, tutto. E il coraggio non sta nemmeno nell'apertura del live, quando issato su una specie di razzo, è prima decollato verso l'alto, per poi farsi calare a testa giù da una decina di metri, perpendicolare al pavimento, in un tuffo al rallentatore sulle note di Rocket, il primo brano che anticipa il nuovo album Britpop. Neppure quando ammette d'essere diventato una popstar (o rockstar?) perché voleva "essere amato", ha dimostrato coraggio: lo sapevamo già, ce lo aveva raccontato in qualche intervista e ancora meglio nel documentario, che come titolo ha semplicemente il suo nome, uscito su Netflix due anni fa. Il coraggio di dirci tutto ("ma tutto tutto?" "Tutto tutto", cit.) lo aveva usato per quel lavoro a cuore aperto, nel quale avevamo visto Robbie avere un attacco di panico durante un concerto a Leeds, che verrà persino trasmesso in tv e nei cinema. Un attacco di panico che dura tutto il concerto: durante un primo piano, in cui la macchina da presa si ferma sui suoi occhi, li vediamo atterriti, spalancati, come se chiedessero aiuto. Sempre lì, lo abbiamo visto farsi il segno della croce dopo Angels, per essere riuscito a prendere una nota alta, come a dire, “grazie al cielo, ce l’ho fatta”. Nella serie ci sono anche le immagini di lui che prende steroidi per combattere i dolori da date su date, e sì, mettere tutti questi momenti in mano agli spettatori è stato un atto di coraggio.

Ma giovedì 17 luglio al Nereo Rocco non è andato in scena il Robbie Williams che avrebbe potuto cannare una nota o prendere una stecca: era vocalmente preparatissimo e non ha barcollato nemmeno sulla My Way di Frank Sinatra, pezzo in grado di mettere al tappeto un buon numero di discreti interpreti. E non è andato in scena nemmeno il Robbie Williams spaurito e confuso, ma quello puramente sornione, che ama prendersi in giro tanto quanto prende in giro il suo pubblico, che se viene chiamato a cantare a cappella una strofa di Feel sa che potrà essere perculato per l'intonazione, l'accento, l'imbarazzo.

Forse un po' di coraggio c'è voluto per spezzare il cuore alla signora Giovanna, titolare dell’attività “Stira Giovanna per te, la prima stireria a Trieste” che, come leggiamo su Il Piccolo, “inizialmente era stata selezionata per stirare gli abiti da scena della popstar, salvo poi vedere infranto il suo sogno. Presa dall’entusiasmo, la titolare aveva pubblicato la notizia sui social, ma la scelta non dev’essere passata inosservata agli organizzatori”. Che le hanno tolto il lavoro. Ma qui Robbie c'entra poco, chissà se sa, chissà se c'entra, chissà se hanno agito a sua insaputa e alla fine alla signora Giovanna ha regalato un biglietto per il Pit. Quindi, tornando alla domanda, alla fine dove sta questo coraggio?

Il coraggio, forse, sta nell'essersi cucito addosso uno spettacolo sincero, anche quando strizza l'occhio a un umorismo un po' greve (la gag con il ruttino sarebbe potuta andare in scena in un varietà della nostra tv generalista, scatenando ilarità generale), ma che il suo pubblico sa accogliere e processare. Il coraggio di Robbie Williams, oggi cinquantunenne e a suo dire assai poco interessato ad apparire "cool", sta nel presentarsi per quello che è: se lo diverte cantare YMCA vestito di rosa shocking dopo aver detto che non capisce "come mai giri da sempre la voce che io sia gay", lo fa, e il pubblico balla con lui. Se in due ore decide di voler fare medley di successi altrui (da Song 2 dei Blur a Just Can't Get Enough dei Depeche Mode fino a Seven Nation Army dei The White Stripes, ovvero l'inno degli stadi italiani) lo fa. Se vuole dialogare con il sé stesso teenager ricreato dall'AI per auto prendersi per il sedere, lo fa. Non risponde più a logiche di mercato o a esigenze di copione: il Robbie Williams coraggioso è il Robbie Williams liberato di oggi. Un artista che ha trovato nel palcoscenico il peggior luogo al mondo, e che adesso, invece, ci sta di nuovo comodo e leggero, ma soprattutto molto consapevole della forza del suo repertorio. Repertorio che ha forse in parte anche reimbarcato a maneggiare e domare, con ritrovata naturalezza. Da Let Me Entertain You, a Rock Dj, Supreme, Millennium, She's the One, fino alle immancabili Feel e Angel a concludere, Robbie Williams ha cantato, per qualcuno il giusto, per qualcuno un filo poco, e ha parlato tanto. Ha intrattenuto, come promesso, da grande show man, e ci ha mandati a casa che in fondo ne avremmo voluto ancora un po'.