Tout se tient: i Mostri tanto ricordati, evocati e amati in questo Lido, son qui fin dall’inizio, da quella fatale sera del 6 agosto 1932, quando il primo film proiettato alla prima edizione della Mostra fu Il dottor Jekyll (Dr. Jekyll and Mr. Hyde) di Rouben Mamoulian. Seguì un grande ballo nei saloni dell’Excelsior, fra tanti gerarchi in alta uniforme. Così, per esorcizzare.
L’eterna ruota del fantasy ci porta oggi al Frankenstein presentato a Venezia 82 e firmato dal massimo cantore del weird-romantico, Guillermo Del Toro. Attenzione, fin qui le Creature dello scienziato Frankenstein eran di chiodi e bulloni, cuciture vistose e cicatrici, goffe sembianze e camminata meccanica, fronte alta incernierata al cervello che deforma il cranio. Insomma, a parte l’Emma Stone di Poor Things! – Povere Creature, sono state, nel nostro immaginario, soprattutto Boris Karloff.
E invece qui l’amato Mostro ha la faccia d’angelo, mai troppo rappezzata, di Jacob Elordi: creatura in mutazione, come capita oggi, imponente e tuttavia dal corpo affusolato, una sessualità sfuggente o già sfuggita, cicatrici, tagli e suture quasi eleganti, come tatuaggi. Nasce e si risveglia così, brutalizzato poi dal mondo.
La parte del film in cui raggiunge la nave incagliata nel ghiaccio artico, all’inseguimento di Victor Frankenstein / Oscar Isaac, suo maledetto artefice, è il punto focale del gigantesco gioco, spettacolo-monstre che accumula invenzioni, visioni, macchinari, suoni, fracassi e un po’ troppe chiacchiere, sempre smisurate e assai scientifiche.
Ma trova la vera emozione nel momento in cui la Creatura prende la parola e svela il suo punto di vista: la scoperta dell’amicizia, per un breve attimo fuggente di felicità, e l’amore per la fanciulla, una magnifica Mia Goth, che lo sceglie contro il marito inetto e il cognato folle, preferendo morire tra le braccia del mostro. È brutale l’umanità della Creatura quando, dannata alla solitudine eterna, disincaglia la nave e libera i marinai dai ghiacci, rispedendoli verso il mondo libero.
La Mostra chiude (e a ogni edizione riapre) il cerchio ritornando alla radice, a quel film sulla schizofrenia mostruosa proiettato nel 1932 all’inclito pubblico in abito da sera, quando ancora non si sapeva cos’era la diversity né che si potesse amare una Creatura spaventevole.
La Storia, con la S maiuscola, l’avrebbe spiegato da lì a poco.