«Più cresco, più capisco che nulla è scontato», sostiene Tecla Insolia, ventun’anni, protagonista insieme a Miriam Leone di Amata, film tratto dall’omonimo romanzo di Ilaria De Bernardinis (in libreria dal 7 ottobre), diretto da Elisa Amoruso e presentato nella sezione Notti Veneziane delle Giornate degli Autori.
«Per anni ho pensato che non fosse necessario parlare di differenza tra uomini e donne. Ora so che è necessario. Perché il mondo la coglie, e la fa pesare.»
Amata insegue due percorsi femminili opposti e speculari: una giovane donna incinta che rinuncia a riconoscere la propria figlia e un’altra in cerca del figlio che non può avere.
Due desideri che si escludono, ma condividono un nodo centrale, una libertà negata: la violazione del diritto a scegliere se e come diventare madri.
Nel film Insolia è Nunzia, studentessa che si scopre incinta e decide di partorire in anonimato, nascondendosi, sparendo letteralmente dai radar.
«Non mi è sembrato un personaggio lontano da me», spiega l’attrice, che dal 5 all’8 settembre sarà al Toronto Film Festival a presentare Primavera, opera prima di Damiano Michieletto, in sala dal 25 dicembre. «Anzi, la sua scelta è comprensibile, per certi versi un atto necessario», rivendica, spiegando che Amata non giudica, non redime, semplicemente prende atto, fa spazio a istanze che non vengono mai ascoltate.
Il romanzo e il film scaturiscono da una vicenda realmente accaduta nel 2023, quando un neonato fu lasciato nella “culla per la vita” di un ospedale milanese. Partorire in anonimato è un’opzione prevista dalla legge, ma in quel caso la reazione pubblica fu violenta: giornali, opinionisti si sentirono in diritto di commentare, giudicare.
Il gesto di una madre che chiedeva silenzio e rispetto divenne materia di polemica, spettacolo, condanna morale. «Come se fosse una strega. Come se fosse normale volerla esporre», ricorda l’attrice.
Interpretare Nunzia, spiega, ha significato stare in scena con il minimo. Pochi dialoghi, ancora meno spiegazioni: a raccontare è un corpo che si trasforma e trattiene. «All’inizio ho pensato che avrei fatto fatica a comprenderla. Poi ho realizzato che non ce n’era bisogno. Bastava ascoltarla. Stare in silenzio con lei.» Perché spesso, aggiunge, in queste storie «le parole non bastano. Più spesso ingannano, feriscono e tradiscono le donne».
Come il termine “abbandonare”, che contiene una grande violenza se applicato a storie come queste: «Oscura conflitti intimi e personali tortuosi, scelte lucide e consapevoli, slanci di altruismo, libertà. In fondo di amore.»