Come passa il tempo: era il 1976 quando, in Taxi Driver, a Robert De Niro bastò come spalla un semplice specchio per mitragliare il più famoso dialogo di tutta la sua carriera:
«Dici a me?»; «Ma con chi stai parlando?»; «Eh, non ci sono che io qui…»; «Ehi, ma dici a me?»…
Oggi, 49 anni dopo, George Clooney, osa qualcosa di ancora più semplice e inaspettato. Una cantilena, fatta di due sole parole a intermittenza, “Jay” e “Kelly”, nome e cognome del suo personaggio.
Ma non c’è niente di aggressivo in lui, semmai di triste, come se, sul treno su cui viaggia per ricevere un premio in Italia, volesse convincere lo specchio del bagno che sono proprio le sue generalità, o forse ha invece bisogno della conferma.
Jay Kelly non ha niente di Travis Bickle, il tassinaro reduce dal Vietnam che sta preparando un folle attentato. È un attore che è stato amatissimo, ma oggi si sente una vecchia gloria, depresso e in crisi di identità perché sempre più spesso riceve la più fastidiosa delle critiche: anziché “indossare” personaggi diversi, sa essere sempre e solo se stesso.
Ed ecco perché Clooney, a 64 anni detto ancora “Gorgeous George”, che nel corso di una carriera straordinaria ha vinto due Oscar col contorno di altre 6 nomination in ogni possibile categoria (attore, sceneggiatore, regista e produttore), ha accettato in meno di 24 ore la storia che gli proponeva il regista Noah Baumbach, e che Jay Kelly avrebbe probabilmente rifiutato...
Poi c’è il suo alter ego, il fido manager Ron, abituato a offrire sempre al suo cliente la sua spalla. Lo interpreta Adam Sandler, il cui ultimo film è stato Un tipo imprevedibile 2 (già su Netflix) nei panni dello svitato golfista Happy Gilmore.
Anche Sandler è un caso unico a Hollywood. Cachet fra i 15 e i 20 milioni di dollari a film, quando non è ignorato, è massacrato dalla critica. A meno che non si dedichi con saltuaria regolarità a film d’autore, complessi, come è capitato con Ubriaco d’amore (Paul Thomas Anderson), Spanglish (James L. Brooks), Diamanti grezzi (i fratelli Safdie), Funny People (Judd Apatow).
Aveva anche già lavorato con Noah Baumbach, a fianco di Ben Stiller, Emma Thompson e Dustin Hoffman, in The Meyerowitz Stories, presentato al Festival di Cannes 2017.
E Baumbach, prototipo del regista indie, già 4 candidature all’Oscar, compresa quella per la sceneggiatura di Barbie, in combutta con Greta Gerwig che da musa e moglie si è trasformata sotto i suoi occhi in una star a tutto tondo (sceneggiatrice e regista, anche lei).
In Jay Kelly fa solo una parte (la moglie di Sandler, non di Clooney) e come sceneggiatrice Baumbach ha promosso un’altra attrice, l’inglese Emily Mortimer (Il ritorno di Mary Poppins, Match Point, Hugo Cabret) che aveva conosciuto sul suo set di Rumore bianco, dove accompagnava Samuel e May Rose, due degli attori, nonché figli, suoi e del marito Alessandro Nivola.
Insomma, in Jay Kelly (nei cinema dal 14 novembre e in streaming su Netflix dal 5 dicembre), oltre che allo spettatore, c’è tempo e spazio per giocare anche allo psicanalista.