“L’ottimismo è una scelta radicale, è una scelta sofferta, coraggiosa. Ed è, per quanto mi riguarda, ciò di cui più avremmo bisogno in un momento di tanta sofferenza come quello che stiamo vivendo adesso. Si pensi a un’automobile che diventa assolutamente necessaria quando si ha una distanza da colmare. In caso opposto, l’auto sarebbe solo un oggetto gigante e irremovibile parcheggiato nel garage”. Così, prima della pandemia, dell'invasione russa dell'Ucraina e della guerra a Gaza, diceva al Time il regista messicano Guillermo del Toro. Che è uno di quegli esseri umani che sa far convivere placidamente un gusto artistico gotico, grottesco, scuro, con un'indole luminosa. A guardarlo nelle buffe foto che posta sul suo profilo Instagram, si potrebbe immaginare che il suo genere sia la commedia, persino lo slapstick, e invece il tre volte Premio Oscar (nel 2018 come miglior film e miglior regista per La forma dell'acqua, nel 2023 come miglior film d'animazione per Pinocchio) è fan del fantasy più inquietante e dell'horror, genere per il quale l'Hollywood Reporter lo ha appena inserito all'ottavo posto della classifica dei 25 migliori film dell'orrore degli ultimi 25 anni per il suo Il labirinto del Fauno.
Del Toro ama la paura, ma in modo non così dissimile da David Lynch, sa maneggiarla, giocarci, plasmarla per noi spettatori, senza lasciare che questa fascinazione inquini, avveleni la sua vita. "Non è vero - diceva, infatti, sempre al Time - che l’ottimismo non è cool. L’ottimismo è ribellione, sfida, forza vitale. Volta dopo volta, scelta dopo scelta, decidiamo se lasciare dietro di noi una biografia o un epitaffio. Guardati intorno adesso e scegli cosa vuoi fra le due. Respira o muori". Lui che ha unito spesso il favolistico con l'orrifico, accentuando il lato poetico e visionario di entrambi, arriva alla Mostra del cinema di Venezia con uno dei film più attesi della stagione, ovvero il suo Frankestein.
La passione di Del Toro per le creature difformi, per gli esseri di una bellezza non convenzionale, per le storie che affondano le radici tra il mito e la leggenda popolare lo hanno fatto rincorrere la storia del mostro per eccellenza per anni. Per la precisione ben venticinque. "Dicono che io ne sia ossessionato – aveva detto con autoironia del Toro alcuni mesi fa durante una diretta Netflix (il film sarà presentato in anteprima al Lido e poi approderà sulla piattaforma streaming) mostrando i mille pupazzi, costumi, oggetti di scena tutti dedicati al mostro per antonomasia che conserva nel suo studio – È da quando ero bambino che sono attratto da questa storia, questo personaggio è diventato autobiografico. Non vedo l’ora di mostrarvelo in autunno”.
La storia di Frankenstein, come la raccontò Mary Shelley nel 1818
In concorso per vincere il Leone d'oro, mette al centro la storia del romanzo del 1818 di Mary Shelley, Frankenstein o il moderno Promoteo. Protagonista è lo scienziato Dr. Viktor Frankenstein, interpretato da Oscar Isaac (che a Venezia è ormai di casa, basti dire che solo nel 2021 era protagonista in tre progetti, ovvero Dune, The Cards Counter e la serie HBO Scenes From a Marriage) che dopo lunghi studi ed esperimenti riesce ad assemblare un essere umano (e qui c'è molta curiosità intorno all'interpretazione di Jacob Elordi) che risulta però ripugnante alla società e di difficile controllo, tanto che la sua rabbia e violenza portano alla morte della moglie dello scienziato Elizabeth (incarnata da Mia Goth, già straordinaria nella trilogia horror di Ti West, che speriamo possa diventare per Del Toro quello che Emma Stone è per Yorgos Lanthimos). Christoph Waltz dà invece vita al dottor Pretorius, figura enigmatica che guiderà il protagonista nella sua folle ricerca della vita oltre la morte.
"Avevo deciso che la memoria dei miei orrori sarebbe morta con me – dice il dottor Frankenstein nelle prime immagini del film – parte di ciò che vi racconterò sono fatti, parte no, ma è tutto vero. Ebbi una visione, un’idea prese forma nella mia mente, inevitabile, ineludibile finché non divenne realtà. Cercando la vita, ho trovato la morte”. E se per realizzare questo film il regista ha impiegato un quarto di secolo, in realtà è da molto prima che è ossessionato da questa storia. "Questo è stato, per me, il culmine di un viaggio che ha occupato gran parte della mia vita – ha detto del Toro nell’evento con il pubblico di Netflix – Ho letto per la prima volta Frankenstein di Mary Shelley da bambino e ho visto l’interpretazione di Boris Karloff in quello che è diventato per me uno stato quasi religioso. I mostri sono diventati il mio credo personale. Esplorare il rapporto tra umanità e mostri, creatore e creazione, padre e figlio ha riempito le mie storie più e più volte. Volevo realizzare questo film prima ancora di avere una macchina da presa, e ci sto lavorando attivamente da 25 anni".
Si capisce perché Frankenstein possa diventare un'ossessione per un artista come Del Toro. Perché è una meditazione sulla solitudine, sull'incomprensione e sulla responsabilità, e il film non potrà fare a meno di confrontarsi con queste riflessioni, che sono il vero nucleo dell’opera di Shelley. Questo così fortemente voluto e inseguito progetto promette di essere una versione che spinge ancora più in là la domanda fondamentale: cosa significa essere umano? E cosa accade quando una persona perde la propria umanità, o la sua umanità viene rifiutata? Queste sono le domande che Frankenstein pone da secoli, e che oggi, grazie anche agli spunti e all'amore di del Toro, trovano nuove risposte, rinnovando l’interesse per uno dei romanzi più complessi e inquietanti della storia della letteratura.