L'ultima volta che Gus Van Sant ha presentato un film a una mostra del cinema europea è stato dieci anni fa, quando, nel 2015, arrivò al festival di Cannes con La foresta dei sogni che è stato il film più controverso di quell'edizione. Accolto con generale favore dal pubblico, ha curiosamente diviso la critica tra Ovest ed Est: attenzione e rispetto sulla stampa dei Paesi orientali, perfide recensioni sui media di questa parte del mondo, soprattutto su quelli anglosassoni, che hanno ironizzato sulla lentezza e gli eccessi di «misticismo strappalacrime» del film, attaccando impietosamente Van Sant, che sempre a Cannes nel 2003 vinse, invece, la Palma d'oro per quello che oggi rimane il suo capolavoro, ovvero Elephant, ispirato alla strage di Columbine e recitato da soli attori non professionisti.

Americano del Kentucky, classe 1952, Gus Van Sant non si scompose più di tanto davanti alle bordate dei critici. Disse, infatti, in un'intervista: «Ho letto la sceneggiatura scritta da Chris Sparling, mi è piaciuta, ho fatto il film. Forse avrei dovuto prevedere che il tema del suicidio sarebbe stato troppo deprimente. Ma non è la prima volta che i critici mi massacrano, mi sono abituato».

Casuale, come nell'angosciante Paranoid Park, violenta, come in Last Days ispirato alla vita di Kurt Cobain, o in qualche modo scritta nel destino, come nel poetico L'amore che resta, nei suoi film la morte ricorre spesso. «Ho raccontato spesso storie di giovani - ha detto su questo in un'intervista sempre del 205 - di un'età in cui il disagio e la ribellione portano a volte all'autodistruzione. Del resto basta guardarsi intorno: non vede quanta morte, individuale o collettiva, c'è nel nostro presente? E non solo nella realtà americana. Il che non significa ovviamente che io abbia fantasie di morte». Van Sant alterna da sempre piccoli film indipendenti che scrive, dirige e monta, a produzioni più ricche, per un pubblico più vasto e in genere scritte da altri. Discontinua è anche la sua scelta dei cast. Ha lavorato con i migliori di una generazione come Sean Penn, Matt Damon o Matt Dillon, ha avuto (come in Columbine) interpreti mai apparsi prima sullo schermo, ma anche divi come Nicole Kidman e Sean Connery. Di quest'ultimo ha detto: «Non ho scelto Sean Connery, lui ha scelto me per Scoprendo Forrester, e ha anche prodotto il film. Quanto a Nicole Kidman mi ha colpito la dedizione con cui ha lavorato in Da morire, per un personaggio tutt'altro che simpatico». Oggi Gus Van Sant spariglia di nuovo le carte, e torna, fuori concorso, alla Mostra del cinema di Venezia (che ha annunciato oggi d'avergli attribuito il premio Campari Passion for Film) con quello che possiamo definire un thriller ispirato a una storia vera.

La storia vera dietro Dead Man's Wire

Intitolato Dead Man's Wire, il film, con protagonisti Bill Skarsgård, Dacre Montgomery, Colman Domingo, Cary Elwes, Myha'la e Al Pacino, racconta un episodio di cronaca realmente accaduto nel 1977, ovvero un sequestro con ostaggio le cui trattative, trasmesse in diretta tv, hanno tenuto con il fiato sospeso gli americani per 63 ore. Ecco come si svolsero i fatti. La mattina dell'8 febbraio 1977, Anthony G. "Tony" Kiritsis, 44 anni, impiegato nel settore immobiliare, entrò nell'ufficio di Richard O. Hall, presidente della Meridian Mortgage Company, e lo prese in ostaggio con un fucile a 12 calibro. Kiritsis si armò di un fucile a canne mozze con un dispositivo collegato al grilletto che, stretto al collo dell’ostaggio come un cappio, se sfiorato, lo avrebbe ucciso all'istante (qui potete vedere la foto di quel momento, che vinse il Premio Pulitzer).

Il sequestratore Kiritsis riuscì a rubare un'auto della polizia, e costringendo l'ostaggio a guidare fino al suo appartamento nel Crestwood Village, lo incatenò in bagno per poi tenerlo prigioniero per quasi 63 ore. Il perché del gesto stava tutto in un affare fallito. Kiritsis aveva, infatti, acquistato una proprietà di 17 acri nella speranza di costruirci un centro commerciale. Il suo mutuo di 130.000 dollari con la Meridian Mortgage del padre del suo ostaggio era scaduto il primo marzo del 1977 e l'uomo aveva accusato l'azienda di aver deliberatamente sabotato il suo progetto. Per il rilascio di Hall, Kiritsis chiese delle scuse e un risarcimento di 5 milioni di dollari da Meridian Mortgage, nonché la promessa che il suo gesto non avrebbe prodotto nessun procedimento statale, federale o civile. Il 10 febbraio, quando le sue richieste furono soddisfatte, Kiritsis liberò Hall e tenne un monologo di 23 minuti trasmesso in diretta in prima serata da tutte le stazioni televisive di Indianapolis. Otto mesi dopo, Kiritsis è stato processato con l'accusa di rapimento, rapina a mano armata ed estorsione a mano armata. Il 21 ottobre 1977 fu dichiarato non colpevole a causa di incapacità di intendere, e due settimane dopo fu consegnato al Dipartimento di Stato della Salute Mentale. Dal novembre 1977 al giugno 1981, Kiritsis è stato detenuto in vari ospedali statali. Rilasciato nel gennaio 1988, dopo aver trascorso 11 anni in custodia statale, Kiritsis ha continuato a vivere a Indianapolis. È stato rilasciato quando lo Stato non ha più potuto dimostrare che fosse un pericolo per la società. È tornato brevemente a far parlare di sé nel 1990 quando intentò 101 cause legali presso la Corte Superiore della Contea di Marion contro praticamente tutti coloro che erano stati coinvolti nel suo caso dal 1977. Il 28 gennaio 2005, Kiritsis è morto nella sua casa per cause naturali. Nel 2017, Richard "Dick" Hall ha pubblicato un libro, Kiritsis And Me, sulla sua esperienza delle 68 ore passate con Kiritsis. Ora questa storia così tragica e così americana ci verrà raccontata da un regista che certo non ama far star comodo lo spettatore. Il suo è sempre stato un cinema “dannato”, figlio della poetica del suo mito William Burroughs, un cinema di strada e di smarrimento, di personaggi eccentrici che vivono percorsi sbagliati senza possibilità di riconciliazione con sé stessi e la società. Proprio come Kiritsis.

Le parole del Direttore della Mostra Alberto Barbera

Il Direttore della Mostra Alberto Barbera commentando il Premio Campari conferito al regista candidato due vuole al premio Oscar (per Will Hunting e per Milk) ha detto: “Gus Van Sant è un autore unico nel panorama del cinema contemporaneo, capace di coniugare uno sguardo profondamente indipendente con una sorprendente capacità di dialogo con il pubblico. Il suo cinema si muove liberamente tra il sistema hollywoodiano e i circuiti del cinema d’autore, partecipando alle regole dell’industria senza mai esserne vincolato, sempre fedele a una visione personale, audace e in continua evoluzione. Ha firmato opere che hanno segnato l’immaginario collettivo, da Drugstore Cowboy a Belli e dannati, da Elephant a Milk, interpretando e anticipando le inquietudini di più generazioni. Scopritore di talenti, ha lanciato attori come River Phoenix, Keanu Reeves, Casey Affleck, Joaquin Phoenix, Ben Affleck e Matt Damon. La sua filmografia alterna minimalismo e narrazione classica, cinema queer e racconto politico, muovendosi a suo agio anche nella pittura, nella fotografia e nella musica. A quarant’anni dal suo primo lungometraggio, Van Sant resta un artista in piena attività, capace di reinventarsi senza sosta, come dimostra il suo ultimo, bellissimo film Dead Man’s Wire”.