È stato Edoardo VIII nel film Il discorso del re, un vendicatore affetto da disturbo della memoria in Memento, il supercattivo Killian in Iron Man 3: Guy Pearce non si tira indietro quando si tratta di cambiare pelle. Inutile tentare di imbrigliarlo in uno stereotipo: è un battitore libero da quando, appena ventenne, ha conquistato il grande pubblico nella soap opera australiana Neighbours e poi il cinema nei panni di una drag queen in Priscilla - La regina del deserto.
Dal 6 febbraio torna sul grande schermo ancora trasformato in The Brutalist di Brady Corbet nel quale interpreta Harrison Lee Van Buren, un ricco mecenate che instaura un rapporto ambiguo con l’architetto brutalista ungherese László Tóth, interpretato da Adrien Brody, scampato al campo di concentramento ed emigrato negli Stati Uniti. The Brutalist, che segue la vita di Tóth tra gli anni ’40 e gli anni ’80 suggerendo molte connessioni col presente, è un film monumentale che ha già vinto tre Golden Globe più il Leone d’Argento per la regia a Venezia e si avvia deciso verso i premi Oscar. E sebbene i riconoscimenti siano importanti, commenta Guy Pearce, «non so bene cosa pensare del fatto che le opere artistiche siano ricompensate con dei premi. Non è una gara: quando fai un film non pensi certo di essere in competizione con qualcun altro».
Cosa l’ha intrigata di Van Buren, un uomo abituato al potere ma pieno di frustrazione?
Il suo essere così sfaccettato nel comportamento e nella psicologia, come spesso accade ai personaggi di Corbet, un regista interessato alla complessità delle persone. Nel corso del film scopriamo che Van Buren, sebbene sappia apprezzare l’arte, è consapevole di non poter essere lui stesso un artista, a differenza di László Tóth. Interpretandolo ho pensato a Salieri, che riconosceva il genio di Mozart ma era devastato perché non sarebbe mai stato come lui.
Pensa che le somigli per qualche aspetto?
Da ragazzo ho frequentato una scuola privata dove c’erano molti ragazzi ricchi. Non ero molto a mio agio: era una situazione elitaria, tutta basata su chi aveva i genitori più benestanti, chi sarebbe diventato un dottore, chi aveva la Porsche. Mia madre e io non facevamo minimamente parte di quell’ambiente. In Van Buren probabilmente ho rivisto più i miei vecchi compagni di scuola che me stesso. Spero che non ci sia niente di me in lui ma, se devo proprio riconoscere qualcosa, direi la sua emotività un po’ oscillante. Anche se io non urlo mai contro le persone, non è da me.
Tra Van Buren e László s’instaura una pericolosa dinamica di potere. Lei ha mai subito un abuso di potere, nel lavoro o nel privato?
Certo, ho parlato apertamente della mia esperienza con Kevin Spacey quando ho recitato in un film con lui e di come mi sia sentito inerme nei suoi confronti (Pearce ha raccontato di essere stato molestato da Spacey sul set di L.A. Confidential nel 1997, ndr). Ho vissuto esperienze di abuso di potere anche in altre occasioni. Oggi sono molto più capace di riconoscerle e parlarne subito. La cosa interessante con le dinamiche di potere è che spesso sono molto sottili. Paradossalmente quando sono frontali sono più facili da gestire, ma esiste anche un aggiramento più lento, una sorta di manipolazione graduale fatta di lusinghe che in realtà nascondono l’invidia di quella persona per ciò che sei o che hai, e che mirano a toglierti.
Siamo abituati a pensare che l’abuso di potere sia una questione di genere, nel film accade tra due uomini…
Certo, è una dinamica che vediamo soprattutto nei rapporti tra uomini maturi e donne giovani. Ma quando accade tra persone dello stesso sesso può manifestarsi in diversi modi. E in The Brutalist è interessante che ci siano degli aspetti femminili nella relazione tra i protagonisti: Van Buren e László Tóth non sono due tipici machi che si combattono perché si odiano.
Van Buren e László faticano ad esprimere i loro sentimenti: è un comportamento legato a quegli anni, quando i maschi dovevano mostrarsi granitici, o anche oggi è difficile per gli uomini aprirsi sulle loro emozioni?
Penso che oggi sia ancora più difficile proprio perché da generazioni, di padre in figlio, è stata trasmessa l’idea che esprimere i propri sentimenti significa essere deboli. Negli anni ’40 e ’50, certo, era l’idea prevalente. Per questo l’aspetto sofisticato di Van Buren è importante: volevo che mostrasse un lato delicato, che fosse sensibile alle abilità di László, nonostante quello che vediamo nella prima scena in cui s’infuria scoprendo la biblioteca che Tóth ha realizzato per lui. Ho cercato di tenere in equilibrio i suoi estremi.
László Tóth è un rifugiato che viene respinto dal sogno americano. Vede nella sua storia un riflesso di ciò che accade anche oggi a tanti rifugiati nei paesi occidentali?
Senza dubbio. Lo riconosco anche nel mio Paese, l’Australia: la maggior parte degli australiani è composta da gente che viene da altri Paesi. Nei primi cento anni di insediamento sono arrivati in Australia - dove da sempre abitavano gli indigeni - soprattutto inglesi, irlandesi e scozzesi: proprio loro sono diventati i più razzisti nei confronti dei nuovi migranti, dimenticando completamente il loro stesso passato di immigrazione. Il disprezzo che Van Buren dimostra verso László è anche frutto di un razzismo storico: lo stesso nome “Van Buren” rivela origini olandesi, anche la sua famiglia è probabilmente emigrata in America. Questo atteggiamento continua anche oggi, lo vediamo nelle posizioni di Donald Trump e altri leader occidentali sprezzanti verso i rifugiati e altre persone bisognose di aiuto, o nella situazione in Israele e Palestina. Per fare davvero del mondo un posto migliore ci vuole compassione: l’incapacità di trovarla è forse uno dei temi principali di questo film storico, che però riflette il presente. E probabilmente sarà uguale tra altri cento anni.
The Brutalist racconta anche come chi finanzia l’arte possa influenzarla: come attore e musicista, cosa pensa di questo rapporto non sempre facile?
Nel grande spettro degli artisti ci sono quelli che hanno avuto molto successo ed economicamente possono mantenersi, i tantissimi in mezzo che sono costretti a fare anche un altro lavoro oltre all’arte, e alcuni appunto che hanno un mecenate, ma si tratta per forza di una relazione precaria. Il film lo mostra bene: Van Buren riconosce il talento di László ma proietta su di lui un potere malevolo, una volontà di controllo, un possesso. E questo è quello che a volte può davvero accadere.