A febbraio 2020 Oliviero Toscani realizzava un servizio fotografico per Elle Weekly che faceva parte della categoria di quelli suoi che potremmo definire "felici". Nell'intervista che accompagnava gli scatti, alla domanda "che cosa rende felice Oliviero Toscani?", rispondeva: "La voglia di muoversi, di provare, di giocare, di rischiare. Non aver paura, non farsi condizionare". La paura gli era tanto nemica, quanto sconosciuta: non l'ha incontrata nemmeno quando la morte è passata dall'essere un'idea vaga e lontana, per lui che anche passati gli ottanta se ne sentiva 30 di meno, a una prospettiva vicina, a causa dell'amiloidosi, la malattia degenerativa che lo ha portato via il 13 gennaio 2025 a 82 anni. Ne aveva parlato al Corriere della sera, dimagrito di 40 chili, sagace come sempre (in un momento storico in cui di sagacia c'è grave carestia), eppure stanco. "Certo che vivere così non mi interessa. Bisogna che chiami il mio amico Cappato - diceva -, lo conosco da quando era un ragazzo. Ogni tanto mi vien voglia. Gliel'ho detto già una volta e lui mi ha chiesto se sono scemo". Sempre della malattia diceva: "è una nuova situazione che va affrontata. La bellezza è che non ti interessano più patria, famiglia e proprietà, la rovina dell'uomo".
Marco Cappato con quella sua risposta rappresenta il sentimento di chi ha amato e ama Toscani: della sua scomparsa non riesce a farsi una ragione. Semplicemente la morte e Oliviero Toscani sono due cose disarmoniche, come l'acqua e l'olio, e invece oggi è successo che si siano infine congiunti. Sappiamo, però, che era pacificato con questo finale inevitabile: "Di morire non ho paura - diceva al Corriere - basta che non faccia male". Il dolore no, la fine sì, la accettava: "Quello che succederà quando sarò morto - raccontava qualche mese fa a Marianna Aprile e Luca Telese su La7 - non mi interessa assolutamente. Sai, quelli che vogliono una certa scritta sulla tomba, quelli che vogliono essere ricordati... No, è tutto lì. È tutto ridicolo. Mio figlio Rocco dice che le ceneri le butterà sul letame dei cavalli. Quando è finita, è finita. Ma non mi spaventa assolutamente. È normale".
A In Onda su La7, alla domanda della giornalista su “cosa cambia quando il corpo tradisce” e se può suscitare “la tentazione della fede anche in una persona laica e libera da qualsiasi etichetta come sei sempre statu tu”, replicava così: "Il mio rapporto con la colpa è stato risolto tanto tempo fa e non abbiamo problemi". E sul fatto che si potesse invidiare la fede di qualcuno, Oliviero Toscani rispondeva: "La fede è una cosa che posso capire. Non è che la invidio, ma penso che siano fortunati quelli che credono. I fanatici danno tutto in mano a Dio. Il mio Dio... Lo tengo segreto. È sempre un altro".
Sempre nel 2020 ad Elle che gli chiedeva se ci fosse mai un momento in cui s'era sentito vecchio, rispondeva: "Vorrei che ci fosse ogni tanto, così forse non mi ingarbuglierei come mi è successo di recente. Picasso ha detto: ci ho messo una vita a imparare a disegnare come un bambino. Sentirsi vecchi vuol dire abdicare alla vita. E io non voglio abdicare. Voglio morire lavorando". In questo non è stato accontentato da una vita che, come ha sempre detto lui stesso, gli ha dato tantissimo, dalla passione inesauribile per il suo lavoro (che non gli permetteva di alzarsi alle 9 di mattina "nemmeno la domenica", e neppure di andare in vacanza: meglio lavorare) a una famiglia numerosissima, popolata da 6 figli avuti da 3 donne diverse e la bellezza di 12 nipoti.
"Li vedo spesso, raccontava nel 2015 in un'altra intervista ad Elle - pensa che ho una nipote più vecchia di mia figlia Alì. In famiglia sono l’unico ad avere solo il passaporto italiano. Quando si ritrovano, si parla un po’ francese, un po’ tedesco, un po’ inglese. Si radunano soprattutto in estate a casa mia, in Toscana. Alla fine delle vacanze sono stanchissimo. Non puoi capire quanto siano faticosi: vogliono andare a cavallo, vogliono andare al mare, al cinema... è una richiesta continua". In tantissimi gli hanno sempre riconosciuto la genialità delle idee, ma quel sostantivo non lo ha mai sopportato. "Non ho idee io - affermava - Non sopporto quelli che cercano idee, vuol dire che non le hanno". E la foto, quella che poi arriverà sulle pagine del giornale, senza ritocchi o quasi, “ce l’ha” a volte anche dopo un solo clic.
Chi gli era amico, come Michele Anzaldi, sottolineava che "anche quando apparentemente sembra dire di voler tirare i remi in barca, lancia una sfida, ti forza a riflettere anche se non eri propenso a farlo''. Niente di meno avrebbe potuto l'uomo che ha rivoluzionato il mondo della fotografia, ha scandalizzato e fatto discutere. Dai jeans di 'Chi mi ama mi segua' al bacio tra un prete e una suora, dai volti dei condannati a morte al corpo di una donna consumata dall'anoressia, tutte le sue campagne hanno lasciato il segno. In sessant'anni di carriera Oliviero Toscani ha lavorato in ogni luogo del mondo e per tutte le riviste più importanti. Migliaia di ritratti, milioni di immagini. Eppure lui non vuole essere ricordato per nessuna in particolare ma ''per l'insieme, per l'impegno. Non è un'immagine che ti fa la storia, è una scelta etica, estetica, politica da fare con il proprio lavoro''. Alla domanda se ci fosse qualcuna delle campagne che aveva fatto di cui si fosse pentito, rispondeva: "No. Ma a volte mi è capitato di provare vergogna prima che uscisse. Non perché pensavo che fosse sbagliata, ma perché quando fai qualcosa di nuovo e importante, sei il primo a esserne imbarazzato. Ti chiedi: non sarà troppo? Quando mi succede vuol dire che ho fatto qualcosa di interessante".
Nel 2022 in occasione dei suoi 80 anni usciva il libro che già dal titolo la diceva lunga sulla sua vita: Ne ho fatte di tutti i colori. "Spero di avere la forza di capire quello che ancora non ho capito", diceva allora e fino a quando è stato bloccato un anno fa dalla malattia la sua agenda era quella di un giovane uomo in carriera. Non ha mai abbandonato lo sguardo sul mondo che vorrebbe, quello che ci trascinava a immaginare fin dai tempi di Fabrica con i Benetton e di Colors, la rivista che anticipò l'impegno su tanti temi oggi attuali, dall'ambiente ai migranti, il razzismo. Il padre era un fotografo e lui fece il salto nel buio di un ventenne determinato che pur di farsi prendere nell'accademia di Arti e Mestieri di Zurigo, quasi una Bauhaus svizzera, si lancia a sostenere un esame in tedesco senza capirne una parola. Di fatto uno dei tanti azzardi riusciti di una vita che a ripensarla ora è stata un fuoco di artificio di idee fulminanti e di successi, di incontri eccezionali (nel suo carnet dei ricordi c'è di tutto, da John Lennon ad Andy Warhol, da Muhammad Ali a Lou Reed passando per un giovanissimo Berlusconi), ma pure di genuino stupore e di entusiasmi mai sopiti. Dalla prima scoperta delle immagini dipinte, ancora bimbetto in una chiesa di Clusone, fino ai lavori per la moda che gli piaceva raccontare sì, ma sempre guardando a modelle e vestiti come a un fenomeno sociale. "L'immagine del futuro? Chissà", diceva in occasione dei suoi 80 anni poco prima di ammalarsi, ''penso al cosmo, all'universo, le stelle. Quando capiremo tutto questo, ecco, sarà il futuro". Il suo presente, fino all'ultimo, è stato circondato dalla famiglia e affianco alla moglie da oltre 40 anni, Kirsti Moseng. Quattro anni fa gli si domandava quanto dovesse anche a lei il suo successo, e lui rispondeva: "Ma tutto, non è misurabile. È come chiedere quanto devo ai libri che ho letto o alla musica che ho ascoltato. Tutto. Mi hanno forgiato la vita. Mi ha forgiato la vita".