Il tappeto rosso brulicherà di star, ma niente catalizzerà l’attenzione dei cronisti à la mode più di quella coppia che Jurgen Teller fotografò abbracciata su un lettone nel 2004. “Marc per me è famiglia”, disse una volta Sofia Coppola, regista del femminile in filtro ora melò, ora pastellato, cineasta ossessionata tanto dalla sceneggiatura quanto dalla mise en scène di storie ottimamente vestite e ormai di culto. Look tra il college e il lolitesco per Il giardino delle vergini suicide, con guardaroba di gonne plissé e mutandine ricamate, mises in sottrazione griffata A.P.C., Milk Fed, Marc Jacobs e Agnès B per la Scarlett Johansson di Lost in Translation con co-protagonista un Bill Murray in Helmut Lang, crinoline settecentesche e corsetti Vivienne Westwood, scarpine in satin candy floss e Converse Chuck Taylor All-Stars in quel capolavoro di eccessi alcolici e modaioli che è la Kirsten Dunst di Marie Antoinette. Tutto naturale per una regista che iniziò la carriera con uno stage nel Chanel di Karl Lagerfeld e che, ventenne, implorò la madre di infilarsi ad uno show di Marc Jacobs finendo a chiacchierare con lui in backstage e dando il là ad un sodalizio professionale e affettivo che continua ancora oggi.
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L’amicizia tra Sofia Coppola e Marc Jacobs
Se c’era qualcuno che poteva dirigere un documentario sull’ex-enfant terrible della moda a stelle e strisce quella era proprio Sofia Coppola, che con lo stile fornica da sempre sublimando le sue storie con estetiche ficcanti, e dello stilista statunitense è musa e soprattutto amica. Il docu-film si intitolerà Marc by Sofia e sarà presentato fuori concorso all’82esimo Festival del Cinema di Venezia, in un’ode ad uno dei designer contemporanei più talentuosi che ha fatto, tra le altre, di provocazione e giocosità firme immediatamente riconoscibili. “La visione di Coppola è quella di una narratrice visiva, capace di filtrare una carriera complessa attraverso un’estetica limpida e coerente – ha raccontato infatti il Presidente della Biennale Cinema Alberto Barbera –. Il documentario include anche preziosi materiali sulla celebre performance urbana messa in scena da Jacobs e Kim Gordon, una sfilata improvvisata tenutasi in strada, fuori dalla venue ufficiale della fashion week: un gesto di rottura che dice molto dell’attitudine anti-establishment dello stilista”.
Il riferimento è alla pedana guerrilla architettata da Sofia Coppola e Spike Jonze per la griffe X-Girl di Kim Gordon dei Sonic Youth e della stylist Daisy Von Furth sui marciapiedi di Soho, pochi istanti dopo la chiusura del défilé di Jacobs durante la settimana della moda di New York nel 1994. Modelle raccattate dall’agenzia Ford o tra le amiche, tra cui una Chloë Sevigny in abitino razionale e capelli decolorati, abbigliate di ringer tee che erano uniforme di rocker indie, cinque-tasche copiati da vecchi Levi’s e cappellini tennis-chic di un cocktail in puro stile Nineties che aveva tra i suoi guest il cantautore J Mascis dei Dinosaur Jr e Francis Ford Coppola.
Look da Oscar e ADV iconiche
Il preliminare di una collaborazione longeva fatta di abiti da tappeto rosso – come quello prugna e delicatissimo, dallo strascico contenuto sfoggiato da Sofia per ritirare l’Oscar alla migliore sceneggiatura originale per Lost in Translation nel 2004, o come il pigiama siderale che la regista indossò per il vernissage di PUNK: Chaos to Couture al Met Gala del 2013 – così come di ADV diventate mitologiche, tra cui quelle scattate da Jurgen Teller agli inizi del nuovo millennio, lei ritratta in pose spontanee tra letti e piscine dalla tipica (e cruda) lente dell’autore, in scatti che finirono poi in un volume da collezione con tutte le campagne che il fotografo tedesco fece per Jacobs tra 1998 e 2009. Alla direzione dello spot per il profumo Daisy nel 2013, poiché “great friends do great things”, come disse all’epoca Jacobs, così ha raccontato Sofia Coppola il legame con lo stilista in Marc Jacobs Illustrated: “Quando ho incontrato Marc per la prima volta siamo entrati subito in sintonia. Avevo già incontrato molti grandi stilisti, ma lui era diverso: indossava delle Stan Smith consunte, ascoltava la mia stessa musica, amava gli stessi artisti e aveva lo stesso senso dell’umorismo riguardo all’idea di essere ladylike”. Lui, dal canto suo, la descrisse come “giovane e dolce, innocente e bellissima. La quintessenza della femminilità”, racchiudendo in una frase tutto il senso del loro platonico amore fatto di moda e cinema.
Quando la moda incontra il cinema
Un sodalizio che ha il più emblematico dei precedenti nella liaison tra Audrey Hepburn e Hubert de Givenchy, sarto aristocratico che fu il primo ad affiancare un costumista nei titoli di coda di un film. L’attrice dagli occhioni da cerbiatta si presentò a lui, allora couturier emergente, per il guardaroba di Sabrina. Peccato che l’atelier fosse impiegato nella preparazione dell’imminente show e la Hepburn spizzicò allora tre look della Primavera Estate del ‘53. Un tailleur in lana grigio scuro, un abitino da cocktail con fiocchetti sulle spalline e un (mitologico) ball gown in organza, intarsiato di seta nera sul corpetto e nello strascico. Il merito della raffinatezza, ancora, se lo prese Edith Head ma Givenchy recuperò in grande con il pezzo da novanta della storia cinematografica à la mode, “il miglior costume femminile mai indossato in un film”, ossia un tubino nero che camuffava le clavicole di Audrey con doppi giri di perle, che era – e resta – l’oggetto di culto che ha sublimato un’amicizia durata tutta la vita, tra telefonate quotidiane per il solo dirsi “ti voglio bene” e vestizioni on e off screen.
E poi come non pensare a Yves Saint Laurent e Catherine Deneuve, per decenni complici a partire da quel primo abito con una pettorina rossa ricamata che l’attrice si fece confezionare dallo stilista per un incontro con la Regina Elisabetta II nel 1966. Poi venne Bella di giorno, pellicola di Luis Buñuel in cui Deneuve interpretò la Séverine castigata col marito e disinibita in una casa d’appuntamenti parigina, completamente vestita dall’amico Yves che, nel corso della vita, progetterà per lei oltre 350 abiti. “La mia più bella storia d’amore è con te”, le disse lui una volta mentre lei, che nel 2019 mise a malincuore all’asta da Christie’s la sua collezione YSL, così giustificò quel gesto: “Ho deciso di lasciare e tramandare le creazioni di un uomo di grande talento, ideate unicamente per rendere le donne più belle ed eleganti, a chi più le saprà apprezzare”.
Jonathan Anderson e Luca Guadagnino
Infine, impossibile non citare i partner in crime sul confine tra moda e cinema che sono Luca Guadagnino e Jonathan Anderson, freschi di annuncio di una nuova partnership che vedrà il designer – che ha già all’attivo la curatela degli abiti di Challengers, nonché la progettazione dei look anni Quaranta e Cinquanta di Queer – occupato nel design dei costumi di Artificial, l’attesa pellicola del regista siciliano che racconterà la figura del Ceo di OpenAI Sam Altman. “Ciò che amo di Jonathan Anderson è che ha i piedi per terra e ha una comprensione innata di come la moda e il comportamento umano si intrecciano – ha scritto Guadagnino in occasione della nomina dello stilista nella lista delle 100 persone più influenti stilata da Time –. Jonathan è una delle persone più intelligenti, empatiche e curiose che conosco, ma ha anche uno straordinario senso dell’umorismo e la capacità di non prendersi troppo sul serio”. “Pensiamo in modo simile e su argomenti simili – l'idea di gusto, l'estetica – così come su ciò che accade nel design, nelle arti visive e decorative”, ha raccontato di contro Anderson qualche tempo fa a WWD.
Marc by Sofia: un ritratto intimo tra moda, arte e affetto
Perché, per dirla come Marc Jacobs; “Quando le amicizie sono genuine durano, è semplice. Nella moda ci sono persone che non hanno lealtà e integrità. Si guardano con sospetto. Sono superficiali. Ma quando si incontrano persone che ci piacciono davvero e c’è autenticità, le cose durano e non è uno sforzo mantenere viva una relazione”.
E il ritratto di Marc by Sofia si preannuncia poco glossy e molto intimo, in un passo a due di 97 minuti che, ci scommettiamo, si andrà ad aggiungere alla lista dei cult della cinematografia della Coppola. Regalandoci una storia di cinema e moda da ammirare sul grande schermo.