La memificazione del tutto è (anche) la deriva dello stile personale. Negli ultimi anni i cosiddetti core o aesthetics, ovvero i micro-trend originati dai social media, hanno dominato il discorso generale sull’industria della moda costringendoci a fare i conti con i loro effetti: dallo slittamento dell’attenzione dalle passerelle ai feed, che si è tradotto in fashion week sottotono, prive tanto di spunti interessanti quanto di una vera e propria direzione, all’ascesa di neo-guru che guidano le nostre scelte prendendo il posto dei media tradizionali – fenomeno non certo nuovo, che riecheggia lo svecchiamento delle gerarchie avvenuto dal 2006 con i fashion blogger, portandolo tuttavia a vette ancora più estreme). All’inizio, sembrava tutto bellissimo: dai Millennial con i blog alla Gen Z con TikTok (e tutto ciò che vi è corso in mezzo), i giovani sembravano così smaniosi di mostrare la propria unicità e queste piattaforme offrivano la risposta giusta, spazi in cui autoproclamarsi e, perché no, ricostruirsi, mostrarsi senza filtri o nella versione idealizzata di sé stessi. Insomma, i social si ponevano come un inno alla libertà di espressione, una glorificazione dello stile personale che tutti così spasmodicamente miravano a sfoggiare. Eppure, qualcosa è andato storto.

tutto per il meme vale anche per la moda come i social e gli algoritmi hanno snaturato il concetto di stile personalepinterest
Jeremy Moeller//Getty Images

Aprendo la vostra pagina Esplora, non notate qualcosa di strano? Adidas Samba ai piedi, fiocchi tra i capelli, minigonne a pieghe o maxi gonne bianche come una nuvola, micro-top e maxi bomber, borsa piena di scoubidou e portachiavi: più che un riflesso multiforme e variopinto dell’espressione personale, si susseguono immagini che propongono una sorta di uniforme a cui omologarsi sperando basti a gridare al mondo quanto siamo cool – almeno per gli standard dettati dai social. E, dato che questi trend hanno un ciclo di vita che va dalla manciata di giorni alle poche settimane, i nostri armadi hanno finito per riempirsi di ogni singolo capo o accessorio emblematico di quei frammento di tendenza che abbiamo cercato di far nostri nella speranza di congelarli nel tempo, finendo per dar vita a look-Frankenstein dove i pezzi must di ogni trend passato presente e futuro si ritrovano a convivere senza un filo logico. E, perché no, l’entropia stilistica ci piace anche perché è innanzitutto liberatoria – come una sorta di ammissione di non riuscire a stare al passo col motore di generazione incessante dei trend che noi stessi abbiamo creato. Al tempo stesso, però, questo paradossale abbandono dei trend che consiste nel mischiarli tutti insieme nello stesso outfit, questo neo-massimalismo che spesso ne è la deriva finale, rischia di risultare vuoto. Gli outfit eclettici dovrebbero dispiegarsi come un racconto della persona che li indossa, svelare attraverso i dettagli “un’estrema curiosità verso sé stessi” – per dirla con le parole di Iris Apfel, che dello stile personale ha fatto un oggetto di culto. Ma cosa può raccontare di noi un mix & match di capi e accessori che di personale non ha niente? Forse, davvero, solo “quanto tempo passiamo davanti allo schermo del nostro smartphone”, come aveva già suggerito Alexandra Hildreth su Vogue Business nel 2023. Da Pinterest a TikTok passando per Instagram, siamo sommersi di ripetizioni, noi stessi le mettiamo in atto, collezionando pezzi che forse non indosseremo mai ma che acquistiamo ugualmente in nome della “sperimentazione”. Eppure, del nostro gusto personale, delle nostre passioni, della nostra curiosità, spesso questi outfit effetto Pinterest-patchwork non dicono molto. Gli stessi charm che appendiamo dappertutto, dalle borse di lusso ai lacci delle scarpe da ginnastica, che dovrebbero svelare qualcosa di noi, dei nostri viaggi, dei nostri affetti o delle nostre ossessioni, si acquistano più volentieri in set pre-confezionati, giusto per poter spuntare la casella dalla lista dei trend da seguire assolutamente. Dov’è finita la ricerca? O meglio, chi ha più bisogno della ricerca quando abbiamo già gli algoritmi?

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Luca Sgro//Getty Images


Una delle cause principali dell’omologazione stilistica (e non solo), è proprio il fatto che gli algoritmi, che lavorano incessantemente per plasmare le piattaforme digitali in spazi che ci dispiace lasciare, sono progettati per mostrarci ciò che è in linea con i nostri gusti e questo è il primo problema. Confinandoci in una sorta di tunnel visivo potenzialmente infinito, in cui riescono a far breccia solo pochi contenuti extra-nicchia divenuti oltremodo virali, i social fanno leva sulla nostra ricerca di conferme, ma gli stimoli nascono dai contrasti: è difficile sviluppare un senso critico, e anche un proprio senso dello stile, se niente ci mette in discussione. Al contrario, come spiega la penna del New Yorker Kyle Chayka nel suo libro Filterworld: How Algorithms Flattened Culture, viviamo in una bolla di informazioni e raccomandazioni di cui fruiamo passivamente, con gli algoritmi che tendono a privilegiare i “fenomeni culturali meno ambigui, meno dirompenti e forse anche meno significativi”, appiattendo tutta la nostra esperienza – che, dai social, si riflette poi nella vita. Al tempo stesso, noi clienti-utenti-creatori, non facciamo che alimentare questo tunnel incolore: se qualcosa funziona, in termini di forma o contenuto, tendiamo subito a replicarlo e così si avvia un ciclo inarrestabile di ripetizioni. Ma tutto ci viene a noia così in fretta che, giusto il tempo di andare virale e diffondersi come un’epidemia sui nostri schermi, ecco che il trend slitta di nuovo. L’algoritmo nota i cali d’attenzione e si migliora continuamente per evitarli: le tendenze hanno un ciclo di vita così breve perché, con le dinamiche introdotte dai social, la moda stessa è diventata un prodotto d’intrattenimento. Il suo obiettivo è cambiato e così anche l’approccio delle persone a essa.

Un’altra cosa da prendere in considerazione, è la politica del gifted. I personaggi di spicco hanno sempre ricevuto regali da sponsor e brand di moda, ma oggi il bacino di collaborazioni si è ampliato a dismisura e punta, soprattutto, sui micro-influencer – che meglio si nascondono sotto le mentite spoglie di utenti comuni. Da un giorno all’altro, iniziamo a vedere più di un profilo Instagram di persone (che non sembrano così intangibili come una star del cinema) “creare un look” con la stessa identica borsa e parte il campanello d’allarme, subito messo a tacere dalla vista dell’hashtag “gift” o “adv”. Bene, per un attimo possiamo rilassarci. Ma ecco che quella borsa continua a comparire, e allora si cercano dupe su Vinted finché non diventa davvero indispensabile. Al tempo stesso, anche i look delle star e i red carpet sembrano aver perso un po’ della loro magia: è sempre più difficile imbattersi in una celebrity che abbia uno stile personale inconfondibile. D’altronde, molte oggi si affidano a uno stylist e, esperti o no, il primo passo per la ricerca è sempre più di frequente lo stesso per tutti: internet. Se neanche lo stile delle celebrities si distingue più, non deve stupirci il fatto che non si possa più parlare di It-girl. Qual è l’ultima Jane Birkin che vi viene in mente? D’altronde, per rendere un look o accessorio iconico e legarlo per sempre alla propria immagine, è necessario farlo proprio indossandolo più volte, in tutte le sue possibili variazioni. Sperimentare, sì – assolutamente, sempre e comunque – ma con cognizione di causa, con capi che davvero ci rispecchino.

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Invece, in un sistema autoalimentato dalle contraddizioni, abbiamo creato questo enorme stigma intorno all’idea di ripetere lo stesso outfit o accessorio più volte (che sarebbe invece la base per dettare i nostri trademark, la nostra uniforme oltre le tendenze), anche se poi, quando ci guardiamo intorno, non vediamo altro che ripetizioni. Forse abbiamo solo spostato il concetto a livello collettivo: forse dovremmo accettare l’idea che lo stile individuale sia stato eroso dalla cultura dell’intrattenimento e assorbito da uno “stile del tempo”, che anziché parlare di noi come individui, racconta qualcosa della nostra società. Come dice Alec Leach, ex-editor di Highsnobiety e autore del libro The World is on Fire But We're Still Buying Shoes, la moda si è frammentata in “momenti da mandare in onda” e gli stessi vestiti sono visti “più come meme che come prodotti”.

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