Stefano Pilati e Zara, Clare Waight Keller e Uniqlo. Sarà un autunno caldo; di intrecci (im)probabili, di ibridazioni inaspettate, di desideri realizzabili. Chi non sogna un guardaroba griffato a prezzi accessibili, ora che una qualsiasi borsetta it costa tre affitti e forse più? Naturale che la notizia – meglio le notizie, rilasciate a poca distanza l’una dall’altra – siano sulla bocca di tutti: Stefano Pilati realizzerà una capsule collection in collaborazione con Zara composta di 50 look da uomo, 30 da donna e accessori in pelle, mentre Claire Waight Keller – già in forze al colosso giapponese per la collezione Autunno Inverno 2024 ribattezzata Uniqlo : C – sarà direttrice creativa di Uniqlo con supervisione di entrambe le linee del brand. La moda pronta e velocissima fornica con il prêt-à-porter, ingranando la marcia: si scomodano professionisti di culto, paradigmi di una moda influente che pare un miraggio, corteggiando gli appassionatissimi ormai banditi dalle boutique dai prezzi impossibili. Di contro – e in parte a giustificare quello sbigottimento apparso sulla bocca di tutti gli editor a veder affiancati i nomi di Pilati e Zara – la nicchia potrebbe espandersi, introducendo il verbo estetico di un autore pragmatico, irriverente e anticipatore (ma poco conosciuto da Saint Laurent in poi) al grande pubblico. Why not?, chiosa allora Stefano Pilati a Beka Gvishiani di Style Not Com. Why not?, ci chiediamo noi nostalgici di rilevanti storie creative dei bei tempi andati.
Il fast fashion corteggia i big della moda, ma non è una storia nuova
E del resto il métissage tra fast fashion e prêt-à-porter non è fatto nuovo. Iniziò Azzedine Alaïa che, negli anni Novanta, dette lustro ai grandi magazzini francesi Tati. Vide una serie di opere che l’amico artista Julian Schnabel aveva dipinto suggestionato dall’iconica fantasia a quadri del department store di Barbès, e pensò bene di traslare il pattern dalla tela all’abito. C’erano corsetti, trench, guanti da opera, mini stringate, giacche e hot-pants a sfilare sul corpo di mannequin da urlo: Naomi Campbell maliziosa lettrice scattata da Ellen von Unwerth, Jasmine Le Bon, Farida Khelfa o Christy Turlington, dame di scacchi sulla pedana Primavera Estate 1991 del couturier. “C’era un lato infantile in questa sua idea selvaggia di creare abiti sexy con le stampe che adornavano boulevard Barbès e di mettere il suo nome al servizio della moda mainstream – notò su Vogue Olivier Saillard in occasione della mostra Another Way to Look at Fashion, The Tati Collection ospitata nel 2019 negli spazi della Fondazione Azzedine Alaïa –. Lo ha fatto in modo nobile, donando il denaro a una causa umanitaria. Oggi le collaborazioni sono talmente commercializzate che nessuno lo fa più per buona volontà o per cuore”.
E in effetti, molto tempo dopo il grande sarto tunisino, arrivò Karl Lagerfeld; il diamante della corona Chanel che tra i moltissimi meriti ebbe quello, nel 2004, di inaugurare la tradizione delle collaborazioni tra fast fashion e augusti fashion designer, mettendo a disposizione di H&M il proprio genio stilistico. Obiettivo? Allargare i rispettivi bacini di utenza, fornendo al contempo pane per i denti di una famelica moda che della novità non è mai sazia. E difatti divenne una costante e sempre con il gigante svedese collaborarono: Stella McCartney e Roberto Cavalli, Comme des Garçons e Lanvin, Versace e Marni, Kenzo e il Moschino di Jeremy Scott, solo per citare alcune di queste alchimie tra alto e basso dal successo planetario. Va da sé che pressoché tutti seguirono l’esempio e “a braccio” vi citiamo Topshop con Celia Birthwell e Zandra Rhodes, ma anche la stessa Uniqlo con Jil Sander e Chrstophe Lemaire, Benetton con Jean-Charles de Castelbajac e da ultimo, in ordine di tempo e prima delle notizie di cui sopra, quella tra Victoria Beckham e Mango. Nuove strategiche dinamiche di una moda che tenta di svincolarsi da quell’esclusività che per anni è stata la sua inconfondibile facciata? O un lusso che, pur esercitando una feroce pressione sui propri professionisti al fine di alzare sempre più l’asticella della crescita, affronta una crisi tale dal dover rivaleggiare con colossi di moda veloce?
Vengono in mente le parole che Germana Marucelli consegnò a Elsa Robiola sulle pagine di Bellezza nei primi Sessanta, quando intervistata a proposito del progressivo tramonto dell’alta moda così si espresse: “non credo esista una crisi spirituale dell’alta moda. Esiste semmai una crisi di ridimensionamento dalla quantità alla qualità: voglio dire che esistono troppe sartorie oggi in rapporto alle persone che possono permettersi di vestire alta moda”. Un pensiero che, prendendoci qualche licenza, potremmo traslare all'oggi e ad un prêt-à-porter che nessuno si può permettere. A meno che non si faccia parte di quel lillipuziano circolo di High Net Worth Individual che da soli bastano a sfamare il mercato, ma chissà se sapranno comprendere l’essenza di quell’arte – sfuggevole, poliedrica, capricciosa e dal patrimonio culturale immenso – che è la moda. Quella cesellata da nomi ormai di culto che spremuti dai Ceo scappano da storiche maison, infondendo il proprio stilistico credo alle collezioni di fast fashion.
Certo rimane sempre che di moda velocissima stiamo parlando ma d’altronde, e come fa sapere il WWD, se anche Stefano Pilati si è detto “impressionato da ciò che il retailer spagnolo sia in grado di produrre a prezzi molto accessibili”; di nuovo, why not?