Le scarpe hanno sempre avuto un certo potere trasformativo: pensiamo alle scarpette di vetro, di cui esistono versioni in diverse culture. Nella nostra, a indossarle è Cenerentola. Pensiamo anche alle scarpe come simbolo di status, come strumento facile per entrare in una tendenza: potremmo non essere in grado di comprare un intero ensemble in stile preppy, ad esempio, ma comprare un paio di mocassini Gucci neri unisex con morsetto dorato sarebbe un inizio. Si spiegherebbe così perché i consumatori stiano ponendo parte della loro fiducia in designer e produttori di scarpe, ora visti come autorità di una moda in decrescendo (economico, culturale e non solo). Un discorso simile varrebbe anche per le borse: si indossano jeans e magliette al limite del banale, controbilanciate da accessori deputati a risollevare la situazione. È una specie di snobismo al contrario, un simbolo di status inverso. E il fattore di maggior interesse è che la bellezza non è il punto. La bruttezza è parte della questione.
Quando il brutto diventa moda
Applicata al design, la “bruttezza” equivale a oggetti di gusto grossolano, che la cultura di massa ha introdotto nel mercato tempo addietro e che oggi definiremmo kitsch. Come “le buone cose di pessimo gusto” raccontate nel componimento di Guido Gozzano L’amica di nonna Speranza. O come – pensando all’oggi – le sneakers tozze e pesanti di Balenciaga, i mocassini foderati di pelliccia di Gucci, le Crocs tempestate di gioielli nella collaborazione con Simone Rocha, le scarpe di Miguel Adrover con dita al posto delle punte e quelle di Comme des Garçons con la suola dipartita in due. La definizione di ugly shoes – la moda, come sappiamo, ama gli inglesismi – non è un’offesa in nessuno dei casi citati. Perché è proprio sul recupero anti-estetico che si fonda l’egemonia delle scarpe brutte. Sempre più fantasiose, surrealiste e futuriste, hanno forme inaspettate, spesso dettate da funzionalità e adattamento tecnologico. Parte del successo risiede nell’effettiva comodità. Parte, nella mutevolezza del concetto di bello, mentre il brutto è destinato a rimanere.
Tutto è iniziato con le Birkenstock
Tutto sarebbe cominciato con i sandali Birkenstock. Chi ne parla, con i piedi già inforcati in un paio dell’ultima collezione, tende a giustificarsi. “All’inizio non mi ci vedevo proprio, mi sentivo un frate”. “Poi – e qui la giustificazione viene meno – l’occhio si è abituato, e ho iniziato a vedermeli bene. Quasi, ho iniziato a vederli belli. E inoltre, sono comodissimi”. I primi esemplari di piedi con Birkenstock in Italia appartenevano a turisti tedeschi, con tanto di calzini bianchi a completare. Gli esperti di moda hanno parlato di morte dello stile, del buon gusto sacrificato sulla pira del mero comfort. E così è stato finché, all’inizio degli anni Dieci, questi sandali a doppia fibbia non hanno smesso di essere oggetto di scherno, per diventare trendy, cool, perfino oggetto del desiderio di fashioniste in Manolo Blahnik.
Il paradosso del lusso
A pochi anni dalla febbre mai raffreddata delle Birkenstock – tra le Maison che hanno collaborato con il marchio tedesco si citano Valentino e lo stesso Manolo Blahnik – il medesimo destino è toccato ad altri sandali brutti: i Teva, ad esempio, o i Keen Newport, che Steve Jobs abbinava sempre ai suoi dolcevita neri. Nell’odierna ‘casualizzazione’ degli outfit, poco importa se le Crocs sono nate come zoccoli ospedalieri, i Teva e i Chaco come calzature per il rafting fluviale e i jelly come sandali da pescatore. E importa ancora meno se consideriamo che un brand minimalista e lussuoso per auto-dichiarazione come The Row non si è piegato alla nuova onda massimalista della moda contemporanea, ma alle ugly shoes sì. Delle ballerine a guanto in rete PVC le gemelle Olsen, fondatrici di The Row, sono state addirittura pioniere.
I jelly e il ritorno dell’estetica (post) Tumblr
L’ultimo ricordo che ho dei sandali jelly risale a quando andava di moda l’estetica Tumblr. Erano gli anni dieci e, intravedendone già la bruttezza, mi sono infilzata un piede in un riccio pur di sfuggire all’imposizione di mia madre di indossarli sugli scogli di Stromboli. Oggi, vedendoli camminare (addirittura) fra l’asfalto e i palazzi di Milano, nei bei corsi di Brera e via Montenapoleone, constato come abbiano ricevuto il timbro del lusso. Forse, cederò anche io – con ulteriore disappunto di mia madre. Più probabilmente, cercherò un paio simile alle zeppe-infradito che Jennifer Aniston indossava alla fine degli anni Novanta in quel gran bazaar che è il mercato di Viale Papiniano: timbro del lusso ed economicità non vanno esattamente a braccetto.