Vi ricordate quando il logo di Supreme (anche fake) era ovunque? O tutto l’hype dietro i nuovi drop delle sneakers? Le Yeezy di Kanye West e le Triple S di Balenciaga ai piedi di tutti? I cappellini da baseball New Era? I look off-duty delle modelle in tuta? Le maxi felpe portate a mo’ di vestito con sotto affusolati stivali sopra il ginocchio (shoutout ad Ariana Grande)? Insomma, ci siamo capiti. Fino a qualche tempo fa, tra sfilate e reportage di street style, la moda era dominata dallo streetwear. Eppure negli ultimi tre anni, qualcosa è progressivamente cambiato. Sì, solo la scorsa stagione sia Gucci che Prada annunciavano la loro collaborazione con Adidas, ma, a parte qualche raro caso, l’hype generale intorno allo streetwear sembra svanito e dalle collezioni Primavera Estate 2023 emerge un chiaro cambio di rotta in virtù di outfit eclettici che mischiano romanticismo, sartorialità e richiami couture. Cosa è cambiato?

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Marc Piasecki//Getty Images

Era la fine del 2019 quando Virgil Abloh, fondatore Off-White nonché guru dello streetwear, decretò in un’intervista per Dazed che proprio lo stile che aveva contribuito a elevare e portare alle masse era immancabilmente destinato a estinguersi – in fondo, “quante altre T-shirt possiamo possedere, quante altre felpe, quante sneakers?” –. Una dichiarazione che si è rivelata profetica, sì, ma che è anche in linea con i corsi e ricorsi della moda. Che lo streetwear “sia finito” in fondo non è niente di sconvolgente: i trend vanno e vengono continuamente, prima o poi tutto torna, in un perpetuo alternarsi di noia e nostalgia. In questo caso, però non si tratta solo di questo.

Innanzitutto c’è da capire che quando parliamo di “streetwear” non parliamo soltanto di T-shirt, felpe e sneakers, ma di un aggregatore culturale. Nato nei sobborghi delle grandi città americane come New York tra gli Anni 70 e gli 80 e legato a doppio filo all’ascesa dell’hip hop, lo “streetwear” era la risposta stilistica della classe operaia all’establishment bianco, una rivalsa della black culture, aveva a che fare con un senso di identità, comunità, valori condivisi. Capi e accessori ricercati erano sempre nel mirino degli appassionati, ma il loro valore era intrinseco, non regolato dalle logiche di mercato e – soprattutto – dai prezzi astronomici imposti dai brand di moda per le edizioni limitate: si trattava di scovare il pezzo cool tra mucchi di ciarpame o reperire l’ultimo drop grazie ai propri agganci, perché si era ben inseriti nella nicchia, parte di una comunità sulla stessa linea d’onda. È ironico che sia stato proprio Abloh a predire “la fine dello ‘streetwear’”, lui che in un certo senso ha contribuito a segnarla.

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Fondato nel 2012 e subito divenuto di culto tra gli amanti del genere, il suo brand Off-White proponeva una versione “alta” (nella qualità come nel prezzo) di outfit e capi tipicamente associati allo streetwear segnando ufficialmente l’ingresso dell’ultimo baluardo della moda “popolare” nel mercato del lusso. Il mondo da cui lo stesso Abloh veniva, e che voleva celebrare e salvaguardare nella sua autenticità, viene così dato in pasto ai grandi conglomerati. Iniziano gli anni delle collaborazioni: Supreme – tra i marchi pionieri dello “streetwear” – con Louis Vuitton, Dapper Dan – leggendario designer di Harlem – con Gucci, Nike con Dior e via dicendo. A sancire l’eterna unione tra lusso e streetwear, Virgil Abloh nel 2018 viene nominato direttore artistico di Louis Vuitton segnando una svolta che avuto ripercussioni enormi sul fashion system, abbattendo – stilisticamente – il divario tra due universi sociali agli antipodi. Ma l’apparenza conta fino a un certo punto e alla fine lo streetwear come concetto ne esce appiattito, snaturato perfino, privato di ogni senso di rivalsa sociale, anticonformismo o senso di appartenenza, ridotto a una mera ostentazione di capi e accessori sempre più (ingiustamente) costosi, vittima e al contempo carnefice della cultura dell’hype. Quest’anno 200 esemplari della sneaker Off-White x Nike Air Force 1s sono finiti perfino in un’asta di Sotheby’s arrivando a costare fino a $150.000. Nessuno dei padri fondatori dello streetwear avrebbe mai accettato di spendere tanto.

Guardando indietro, già negli Anni 90 i grandi marchi come adidas e Nike avevano capito come sfruttare a loro vantaggio la bassa estrazione sociale in cui lo streetwear metteva le radici, prendendo di mira i quartieri popolari abitati principalmente dalla black community per trarre ispirazione su ciò che era “cool” ma anche per testare nuovi prodotti o approcci di marketing. Come spiega Highsnobiety, adidas iniziò ad associarsi ai Run DMC appena i suoi dirigenti sperimentarono in prima persona, a un concerto, il loro potere persuasivo nei confronti della propria nicchia, in un’intervista del 1997 Aroon Cooper, allora designer di Nike, ricorda i suoi “viaggi di lavoro” ad Harlem: “Andiamo al parco giochi e ci scarichiamo le scarpe. È incredibile. I ragazzini impazziscono. È allora che ti rendi conto dell'importanza di Nike”.

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Insomma, la commercializzazione dello streetwear, la sua caduta nel mainstream, non è una cosa recente. Solo, ora, è sfuggita di mano. E anche da un punto di vista estetico si è raggiunto un punto di saturazione, per la ciclicità della moda a cui si accennava prima. Ci siamo stancati di felpe oversize e contaminazioni con lo sportswear, ora si ricercano tagli più strutturati e, perfino designer come Demna Gvasalia – che con Vetments aveva cavalcato l’onda dello streetwear negli anni passati –, guardano ora più alla Couture. Restano i pantaloni cargo, amatissimi dalla Gen Z, ma il richiamo è più alla cultura pop Y2K. La collaborazione adidas x Gucci per l’Autunno Inverno 2022, in questo senso, si è rivelata un esperimento interessante. Si torna indietro nel tempo, alle origini dell’abbigliamento sportivo “da strada”: il mix di colori ultra saturi, fantasie vintage e slim fit riporta alla luce le atmosfere di una New York Anni 70, tra le feste di quartiere animate dai boombox e le performance di hip hop improvvisate. Un'estetica nostalgica e carica di fascino a cui si mischia il massimalismo tipico di Gucci: non mancano abiti da sera, corsetti e lavorazioni preziose, in un mix ben calibrato e accattivante che è un po' una ventata d'aria fresca. A ben guardare poi, lontano dalle passerelle, assistiamo a una parallela ascesa di brand indipendenti che del distacco dello streetwear dalle proprie radici vogliono fare un nuovo punto di partenza, puntando tutto sulla comunità senza lasciarsi assoggettare da dinamiche capitaliste come promozioni, collaborazioni e celebrity marketing. Uno su tutti, Corteiz, nato nel 2017 e capitanato da Clint – la cui identità è ignota – che in pochissimo tempo ha attratto una nicchia di appassionati grazie all’alone di mistero e a giveaway improvvisati di edizioni limitate.

Linguaggio inflazionato o appannaggio di una nicchia: che cos’è davvero lo “streetwear”? È tutto e niente, un concetto divenuto così ampio da perdere i propri confini sfumando all’interno delle categorie più disparate. Decretarne la fine è ontologicamente impossibile. In fondo, per sua definizione, lo “streetwear” non è altro che ciò che si indossa per strada.