Il mondo così come lo conosciamo non basta più. I due conflitti attualmente in atto, in Ucraina e nella Striscia di Gaza, stanno avendo pesanti ripercussioni sul rifornimento di materie prime. A ciò si aggiunge l'incertezza generata dai dazi Usa perché, come diceva l'economista francese del XIX secolo, "dove non passano le merci, passano gli eserciti". Metalli e gas naturali sono preziosa moneta di scambio. Non è un caso che nel suo ruolo di instancabile negoziatore, il presidente Donald Trump abbia accettato di continuare a offrire sostegno all'Ucraina nella guerra contro la Russia in cambio di un diritto di prelazione nell'estrazione mineraria delle cosiddette terre rare. In questa corsa all'accaparramento di risorse si inserisce anche la conquista dello spazio, che negli ultimi mesi ha conosciuto una forte spinta grazie alle iniziative dei tycoon Elon Musk e Jeff Bezos.
La conquista della luna
E a proposito di spazio, guardare il cielo è sempre stata aspirazione tipicamente umana, fin dell'antichità quando i marinai individuavano le rotte nelle stelle e i contadini scrutavano il ciclo lunare per conoscere il ciclo delle stagioni e le rotazioni delle colture. Non stupisce allora che, oltre mezzo secolo dopo la missione di Apollo 11, si torni a guardare alla Luna con rinnovato interesse, anche per le soluzioni che il satellite potrebbe garantire all'uomo aprendo a nuove possibilità di vita oltre la Terra. Lo sa bene Michèle Roberta Lavagna, la scienziata italiana che vuole produrre acqua sulla Luna, ricavandola dalle sue rocce.
Il progetto è ambizioso, si chiama Oracle ed esiste già un prototipo in grado di farlo, grazie al finanziamento dell'Agenzia spaziale europea (Esa) e al supporto dell'Agenzia spaziale italiana, come spiega a Wired la stessa ingegnera aerospaziale, docente al Politecnico di Milano, che ha ideato un processo per estrarre ossigeno dalla regolite, la sabbia che ricopre il suolo lunare. Condizione necessaria per ricavare acqua dalla Luna, una volta che l'ossigeno viene combinato con l'idrogeno.
Chi è Michèle Lavagna, la scienziata che vuole produrre acqua sulla Luna
Docente di progettazione di sistemi spaziali, Michèle Lavagna è impegnata da anni nello sviluppo di tecnologie per le missioni e l’esplorazione. Si tratta di sistemi robotici complessi, destinati allo spazio, ma che hanno ricadute profondamente umane anche sulla Terra. Dai dati satellitari, per esempio, si possono ricavare informazioni che riguardano la produzione dell'industria farmaceutica. "Analizzando le circolazioni atmosferiche dallo spazio, si sono riuscite a identificare regioni e periodi dell'anno in cui la concentrazione di pollini è particolarmente elevata", spiega la studiosa a Wired. "Informazioni come queste, oggi accessibili grazie a nuovi satelliti (piccoli, ma molto performanti, realizzati con il contributo del Politecnico di Milano nell'ambito del progetto Hermes, ndr), permettono di pianificare la produzione e la distribuzione degli antistaminici. È solo uno dei tanti esempi di come l'osservazione della Terra dallo spazio possa avere ricadute dirette".
Michèle Lavagna guarda allo spazio, dunque, ma l'interesse principale resta l'uomo. E non potrebbe essere altrimenti per la scienziata che tuttora, a 58 anni, rivendica con orgoglio gli studi al liceo classico: "Lo rifarei altre duemila volte", racconta. "È lì che mi sono innamorata della filosofia, della sua capacità di leggere la complessità umana. Ma volevo contribuire in modo più concreto al mondo". L'interesse per l'umano si incontra con la sua passione per il cielo e il volo. "Non sono stata la classica bambina che diceva 'da grande farò l’astronauta'. La mia vera passione è la barca a vela d'altura, dove il cielo lo vedi a tutto tondo, con una calotta di stelle sopra la testa. È lì che nasce il mio amore per l'universo: il cielo, anche se ti fa sentire minuscola, trasmette una bellezza e una potenza straordinarie".
Un ruolo decisivo nella scelta del suo futuro è giocato dalla famiglia: la madre aveva il brevetto da pilota per aerei da turismo e Michèle la segue fin da bambina nelle sue avventure aeree: "Ho imparato presto a stare sospesa in aria: [...]. Ho una foto in cui, a tre anni, sono seduta nel seggiolino di un Cessna. Quell'abitudine a stare in aria mi è entrata nel sangue. Ho preso il brevetto da pilota prima ancora della patente per guidare l’auto". Con queste premesse, si iscrive a Ingegneria elettronica, unica opzione disponibile all'epoca, quando un corso di laurea in ingegneria aerospaziale non era ancora stato inaugurato.
L’incontro con Amalia Ercoli-Finzi
In seguito Michèle si sposta verso l'aeronautica e qui avviene per lei uno di quegli incontri che le cambiano la vita: conosce Amalia Ercoli-Finzi, la nostra scienziata dei record. Prima donna a laurearsi in Ingegneria aeronautica in Italia, nel 1961, prima docente ordinaria in Meccanica del volo spaziale e prima donna a inaugurare un anno accademico al Politecnico di Milano, nella sua carriera ha rotto molti soffitti di cristallo e Michèle capisce subito che è lei la persona più adatta a guidarla negli studi, in un mondo ancora dominato dagli uomini. "Era l'unica persona che si occupava di spazio nel nostro dipartimento. Con lei ho fatto la tesi e il dottorato. C'è stato subito un grande feeling. Io cercavo una guida con carisma, lei forse desiderava, in un mondo totalmente maschile, un'intesa femminile. Da quell'incontro è nato un legame bellissimo. Mi ha fatto crescere, mi ha dato fiducia e molte opportunità".
Dalla Luna a Marte: missioni spaziali e scoperte biotiche
Attualmente docente di Meccanica del Volo e consulente dell'Agenzia spaziale europea, Michèle Lavagna negli anni ha preso parte a diverse missioni su Luna e Marte. "Una delle missioni che stiamo progettando prevede il rilascio di un piccolo lander sulla luna di Marte, Deimos, per raccogliere campioni di suolo. Lo scopo è individuare tracce biotiche, cioè segnali della possibile presenza di elementi fondamentali per la vita". Ma se Marte è ancora un traguardo lontano, è sulla Luna terrestre che in questo momento sono concentrati gli sforzi con Oracle, che sta per Oxygen retrieval assets by carbotermal reduction in lunar environment.
"La carbotermica è il tipo di reazione chimica che utilizziamo nel processo", che consente, come già anticipato sopra, di ricavare acqua dalle rocce frantumate che compongono la sabbia lunare. "A livello microscopico queste rocce contengono elementi come silicio, alluminio, ferro, magnesio, e naturalmente ossigeno. Con specifici processi chimici siamo in grado di rompere i legami tra questi elementi e 'liberare' l'ossigeno, raccoglierlo in forma gassosa e mescolarlo con l'idrogeno per ottenere acqua. Significa che, con un piccolo impianto, potremmo raccogliere una manciata di sabbia lunare e farne uscire acqua: una condizione essenziale per restare sulla Luna. Perché trasportare materiali dalla Terra resta troppo difficile e costoso".
Come scrivevamo, attualmente un prototipo esiste già, ma è "grande come due lavatrici. Ora stiamo lavorando per miniaturizzarlo fino alle dimensioni di poco più di una scatola da scarpe, in modo che possa essere trasportato e utilizzato sul suolo lunare. A breve il progetto verrà affiancato da un comparto industriale per realizzare il dispositivo destinato al volo".
Il futuro è (anche) delle donne
Il sogno di una vita sulla Luna è sempre più vicino. E progressi importanti si vedono anche nella partecipazione delle donne ai progressi scientifici. "Ai miei tempi eravamo due su cento. Oggi pomeriggio, ero in sessione di laurea: otto studenti si sono laureati in ingegneria, tre erano donne", racconta la studiosa. Le cose stanno cambiando anche se ancora oggi al corso di laurea in ingegneria spaziale i ragazzi rappresentano il 90% degli studenti.
"Le ragazze però sono più brave, più veloci, più precise, più reattive. Forse perché combattono con un retro pensiero che dice loro: 'Non ce la farò' 'gli altri sono più bravi'. E allora ci mettono il doppio dell’impegno", conferma la scienziata, che tuttavia non crede nelle quote rosa imposte per legge. "Il vero lavoro è culturale. Va iniziato lavorando sulle generazioni più giovani: nel linguaggio in famiglia, nell'interazione a scuola. Serve un'educazione aperta alle differenze, che dia spazio a tutte le identità e attitudini, senza stereotipi. Solo così si cambia davvero".