Mi hanno sempre dato fastidio i male-dominated field. L'Hip-hop, i graffiti, lo skateboard, il calcio. Ovviamente, a darmi fastidio non sono di per sé i campi, anche perché io li amo molto, alcune di queste sono proprio le mie cose preferite, ma il fatto che si dia per scontato che ad occuparli debbano essere per forza gli uomini. Che siano, dunque, diciamo, loro, maschili. Crescendo, il calcio c'è sempre stato. C'era Ronaldo il fenomeno, c'era l'Inter di mio fratello, il Toro di mio padre (e di mio Nonno Otto), c'erano le figurine che ci comprava l'altro nonno (Antonio, milanista), le magliette al mercato, le pallonate prese in pancia. In cortile, il più delle volte, ero l'unica femmina insieme a mia sorella. Eravamo sempre le più piccole: se volevamo giocare a qualcosa anche noi, o ci toccava contare a nascondino o potevamo fare le portiere. Non mi definisco un'appassionata di calcio, non lo sono, ma non posso dire nemmeno che non mi piaccia; quando cerco di affermare il mio interesse, tuttavia, lo faccio con un sentimento di disagio.
Con gli anni me ne sono infatti allontanata; il calcio, per come è percepito culturalmente, soprattutto in Italia, non mi sembra un gioco, ma più che altro l'insieme tossico che rappresenta forse meglio di qualunque altra cosa l'egemonia maschile, capitalista, omofoba e razzista.
A me piace il pallone, mi piace come gli anziani parlino del pallone, fuori da un bar, con un bianchino, mi piace vedere i ragazzini all'oratorio che se lo passano male e magari bestemmiano, mi piacciono i tacchettini delle scarpe, le Total90 e alcune jersey, mi piace sapere che oggi la squadra cool da seguire è il Como, che solo qualche anno fa era il Venezia (Drake ci aveva investito). Mi piace pensare che il Bologna abbia vinto la Coppa Italia, mi piace ricordarmi che la crush di mia cugina più grande era Roberto Baggio. Mi piacciono i calzini, mi piace sapere cos'è il fuorigioco, mi piace quando i giocatori entrano in campo facendosi il segno della croce, mi piacciono i loro tatuaggi trash, le storie con le veline degli Anni Duemila. Alla fine, chiudendo tremila occhi, mi piacciono anche i cori da stadio.
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Mi piace la cultura del calcio e mi piacciono i suoi vestiti, mi piacciono le storie legate al calcio – mi piace ricordarmi di Superga, mi piacciono le squadre popolari e operaie, il Livorno, il Pisa, mi piacciono le ragazze del calcio; altre cose, come effettivamente guardare le partite o affezionarmi a un team che, prima o dopo, so bene mi deluderà, mi interessa meno. Dicevo, crescendo mi sono allontanata dal calcio; era davvero tutto too much: uomini non decostruiti, discorsi da spogliatoi vomitevoli, stipendi un attimo fuori controllo, soldi che eradicano passioni, molta esclusione.
Recentemente, però, posso dire di aver iniziato un percorso di riappropriazione del calcio, o comunque della sua cultura, che è quella che un po', anche se cheesy, ci unisce come gente, purtroppo o per fortuna. Ho iniziato a vedere che il calcio può essere delle ragazze, e non solo se si parla di calcio femminile. Il calcio, tutto, può essere delle ragazze creative. Per prima è stata la lente di Francesca Scandella, fotografa classe 1997; i suoi scatti allo stadio Meazza e oltre mi hanno ricordato tutto ciò. Poi, tramite lei, ho conosciuto il lavoro di Naomi Accardi.
Chi è Naomi Accardi
Nata in provincia di Modena, Naomi Accardi è cresciuta tra Reggio Emilia, Venezia, Jakarta, la bassa modenese e la Sicilia, per poi trasferirsi in California e frequentare un'università di moda locale (la FIDM) nel 2010. Dopo essersi laureata nel 2012, si è spostata a Milano, dove ha iniziato la sua carriera nel marketing in aziende di streetwear e sportswear (per cinque anni ha lavorato come editor at large di Season Zine), per poi trasferirsi a Weil Am Rhein, in Germania, di nuovo Milano, Dubai e di nuovo Milano. Stabilitasi definitivamente a Palermo, città nativa del padre Giuseppe Accardi (ex calciatore di squadre come Campobasso, Licata, Reggiana e Venezia), ora vive tra la Sicilia e New York. Nonsense Projects e soprattutto systemarosa e Riserve sono i progetti che ha co-fondato dal 2023, che intrecciano calcio, cultura e community, con un focus sullo storytelling e sulla creazione di una narrazione che vada al di là di ciò che succede in campo. Uno sguardo abbastanza inedito, tra i più interessanti del panorama nazionale. La intervistiamo per sviscerare le connessioni che esistono tra moda e sport, tra girlhood e cultura calcistica.
Come nasce la tua passione per il calcio? Come continua?
Il mio interesse è nato per osmosi. Mio papà era un calciatore professionista, sono nata e cresciuta in una casa dove il calcio era all'ordine del giorno, nonostante io sia state a poche sue partite. Inizialmente in realtà rifiutavo questo sport, perché non mi consentiva di passare molto tempo con lui; solo da adulta è diventato uno strumento per ricostruire o intensificare il nostro rapporto. Mi sono appassionata attivamente a questo sport, frequentando lo stadio e seguendo con costanza la mia squadra, quando nel 2009 è arrivato a casa nostra Ibrahima Mbaye, un ragazzino Senegalese che era stato adocchiato dalle giovanili dell'Inter. Mio papà era stato incaricato di gestire la transazione; dato che il padre biologico di Ibrahima, che abitava a Pavia, non aveva i mezzi per ospitarlo, venne a stare a casa nostra, prima di spostarsi direttamente al convitto dell'Inter. Lui divenne un vero e proprio fratello per me. Da quel momento, ho continuato a seguire l'Inter assiduamente.
Il calcio è molto più di uno sport, è una cultura. Quali sono gli aspetti della cultura calcistica che ami di più?
La cosa che amo di più del calcio è la sua abilità di annientare completamente le differenze sociali, almeno nel momento della partita. Ha un potere di aggregazione che è quasi unico. Ha il potere di fare sognare, piangere e creare community in un modo che pochi altri sport (e qualsiasi cosa) hanno. Per me è l'esperienza collettiva che rende il calcio quello che è. Ad esempio, io non amo guardare le partite da sola. Se non posso andare allo stadio, cerco sempre di andare in un pub o in un bar così da essere parte di una collettività. Le emozioni e l'energia che si generano durante questi eventi sono uniche.
Quando hai capito di voler intrecciare arte, creatività e calcio professionalmente? Cos'è che ti ha ispirato?
È successo un po' per caso. Io non avrei mai pensato che il calcio potesse far parte della mia carriera. Ho studiato moda e il mio sogno era quello di lavorare all'interno di questo ambiente, cosa che ho fatto per anni. Ma ho sempre amato scrivere. Per caso, nel 2015, un amico stava lavorando al secondo numero di Mundial, magazine dedicato a Italia 90;e visto il mio background e il lavoro di mio padre mi chiese se avevo storie con cui contribuire. Mio papà è cresciuto nella stessa scuola calcio di Totò Schillaci e quindi ho proposto che intervistassero lui. Alla fine, ho fatto proprio io l'intervista! Ho avuto un "aha" moment e ho capito che forse c'era di più…. Per anni ho collaborato con Mundial su editoriali che univano moda e calcio, sempre un po' per hobby. Poi si è materializzato sempre di più in un vero e proprio lavoro.
Come si inserisce l'essere una ragazza in un ambiente male-dominated come questo? Cosa significa per una ragazza amare questa cultura?
Io vengo da una posizione privilegiata, sono una "nepo baby"; quindi, soprattutto inizialmente, non mi è quasi mai capitato di avere problemi. Credo che essere figlia di un calciatore professionista mi abbia dato una specie di "street cred". Forse ero anche naive e non me ne accorgevo. Riconosco ora le montagne; tante volte mi chiedo perché certi elementi vengono selezionati per certe posizioni, mentre io, nonostante le mie proposte, non trovi lo stesso tipo di riscontro.
Systemarosa fonde moda e calcio. Cos'è? Quali sono i valori che lo costituiscono? Come descrivi l'unione fra questi due mondi? Che sentimenti ti suscitano entrambi, insieme?
systemarosa è nato come un progetto di vintage, inizialmente per contrastare il trend blokecore (per cui per esempio si indossano magliette da calcio, in contesti diversi dal suo) e tutte quelle varianti che io trovo, in termini poveri, molto cringe. Io e la mia socia e amica Sam Herzog siamo cresciute con il calcio in due modi diversi – lei giocando –, ma abbiamo un percorso simile. Entrambe veniamo da una carriera nella moda e non ci vedevamo rappresentate da quello che già esisteva (a parte Season Zine dove ho trascorso cinque anni da editor at large). Poi si è evoluto in un progetto più ibrido e ampio, e ora è un vero e proprio studio creativo. Abbiamo un valore supremo di base: l'autenticità. Questa è la nostra guida in tutto quello che facciamo. L'unione tra questi due mondi non è una cosa nuova, non abbiamo scoperto l'acqua calda. Quello che abbiamo fatto è sbloccare un'estetica del calcio e il suo stile, interpretata da due ragazze con una sensibilità per il "bello" ispirata a canoni più raffinati. E soprattutto, che riescono ad andare oltre alla semplice jersey. Insieme, rappresentano chi sono io come persona. La cultura con cui sono cresciuta e il modo in cui io vedo lo sport e il mondo.
Ci parli di qualche pezzo nell'archivio di systemarosa iconico secondo te?
Il pezzo più iconico che abbiamo è il pitch dress di Akris Punto dalla collezione pre-fall dedicata all'europeo del 2014. Lo ha trovato Sam in una delle sue thrifting missions. È mega raro e non l'ho mai visto in nessun altro archivio. Quell'abito per me è il simbolo di systemarosa.
E i lavori che ti hanno dato più soddisfazioni?
Tutto quello che abbiamo sviluppato noi da sole. Tipo la nostra prima collaborazione con un designer, ai primissimi inizi del progetto. La collezione in collaborazione con Nova Norgaard. È stata la nostra prima uscita sulla stampa e quell'editoriale ha dettato il tono di tutto il resto che è arrivato dopo. Abbiamo scattato con un mio caro amico, Dan Regan, e il risultato è stato fenomenale nonostante le poche risorse. Quelle foto sono sui moodboard di quasi tutti i brand di sportswear e oltre.
Hai anche un progetto che si chiama Riserve. Che cos'è? Ce lo racconti?
Riserve, come un po' tutto il resto di quello che faccio, è nato dalla mia frustrazione verso la poca diversità di talento nel mondo del calcio e in quello della creatività. Di base è una lista di talenti creativi che usano il calcio come punto di ispirazione per il loro lavoro. Lo scopo era quello di centralizzare il talento in modo che le aziende, i club, chiunque, potessero attivare nuove persone per il loro progetti. invece di utilizzare sempre gli stessi. È nato tutto in modo molto organico nel 2023. Molte volte mi è capitato di essere contattata per scrivere articoli sul calcio femminile ma in chiave tecnica, cosa di cui io non sono assolutamente esperta, solo perché conoscevo già l'editor o perché avevo a che fare con il calcio femminile. Certo, posso fare ricerca, ma mi è sorta la domanda: "Non conoscono nessun altro migliore di me in questo?". Quindi è nato così. Inizialmente era un google sheet pubblico dove chiedevo alla gente di compilare i loro dati, ma veniva continuamente riformattato. Quindi ho deciso di tramutarlo in una vera e propria piattaforma. Nel 2024, lo abbiamo ridisegnato e aggiunto una job board che ancora non ho avuto il modo di attivare seriamente. Ma vorrei che diventasse un punto di riferimento per aziende e creativi per trovare opportunità in questo mondo. Ho ricevuto feedback molto positivi sul progetto sia da parte dei membri che persone esterne che lo hanno utilizzato come risorsa per il loro progetti calcistici. Se posso aiutare anche solo una persona a raggiungere il loro sogno di lavorare nel calcio, sono felice. Purtroppo ultimamente non ho potuto dedicare molto tempo alla piattaforma, ma vorrei un giorno che diventasse una specie di LinkedIn per la creatività nel calcio.
Un sistema in cui il calcio non propone distinzioni di genere così ampie è possibile? Cosa speri per il futuro?
Dipende dal punto da cui si analizza la situazione. Il calcio femminile e maschile sono lo stesso sport ma la fisicità e le necessità dei giocatori sono molto diverse. Le donne hanno più rischio di infortuni al crociato, hanno ormoni che influenzano la performance in modo diverso e hanno uno sviluppo corporeo molto differente dall'uomo. Questo non vuol dire che il calcio femminile non possa raggiungere i livelli di quello maschile, ma credo che bisogni scostarsi dall'idea che debba seguire lo stesso percorso di quello maschile che è pieno di problemi, tossicità e criticità, che vanno ben oltre ai 90 minuti in campo. Io voglio e spero che le calciatrici possano vivere di calcio e vengano retribuite quello che si meritano per la felicità e intrattenimento che ci regalano, ma non so se sono d'accordo che un calciatore venga pagato 40 milioni di euro all'anno. Inoltre, credo che il calcio maschile sia diventato sempre più una marchetta con un modello di business super estrattivo. In poche parole, vorrei che il calcio femminile venisse rispettato quanto quello maschile ma senza diventare lo stesso mostro. Soprattutto, vorrei che rimanesse abbastanza economico per far sì che i tifosi possano permettersi di andare allo stadio senza dover aprire un mutuo. Ma per prima cosa dobbiamo smettere di parlare di questo sport come se fosse beneficienza. Sono professioniste e svolgono un lavoro di intrattenimento che deve essere rispettato.