C'è uno strumento, che si chiama PNRR (Piano nazionale di Ripresa e Resilienza) è che è in buona sostanza un documento che ciascuno Stato dell'Unione Europea deve presentare per poter accedere ai preziosi fondi del Next Generation EU (NGEU), lo strumento introdotto dall’Unione europea per la ripresa post pandemia Covid-19. L’Italia è stato fra i primi paesi a ricevere un prefinanziamento, con una prima tranche di fondi arrivata ad agosto 2021, e che, secondo i calcoli, dovrebbe entro il 2026 far aumentare il PIL e il tasso di occupazione. Gli obiettivi fondamentali del nostro PNRR sono due: riparare i danni economici e sociali della crisi pandemica e contribuire ad affrontare le debolezze strutturali dell’economia italiana. E quali siano queste le debolezze lo sappiamo bene: divari territoriali tra Nord e Sud, ma sopratutto basso tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro.

Sono infatti le donne la categoria più colpita dell'era Covid-19: l'occupazione femminile fino al 2021 aveva, infatti, fatto un balzo indietro, arrivando al 48%. A dicembre 2021 l’ISTAT, l’Istituto Nazionale di Statistica, sullo stato dell'occupazione in Italia, relativi al solo mese di ottobre aveva sottolineato che la crescita (nota positiva) dell’occupazione aveva riguardato quasi esclusivamente gli uomini: dei 36mila occupati in più registrati dall’ISTAT in Italia, con un aumento dell’occupazione dello 0,2%, sarebbero tutti uomini. Nel corso del 2021, nonostante il rimbalzo dell’economia del primo semestre, le donne occupate hanno continuato a diminuire: a fine del 2020 erano 9.516.000, nel 2019 erano 9.869.000.

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Anche per questa ragione, nel PNRR uno dei bandi cruciali riguarda la costruzione di nuovi asili nido che prevede la creazione di 264.480 posti entro il 2025, finanziata con circa 4,7 miliardi di euro. Proprio quello che servirebbe a un Paese come l’Italia, dove la cura dei figli pesa in massima parte sulle donne e la mancanza di strutture per l’infanzia è tra le maggiori cause di uno dei più bassi tassi di occupazione femminile in Europa. La costruzione di nuovi asili nido è molto attesa perché i posti gestiti dai comuni attualmente non bastano ad accogliere tutti i bambini e le bambine, le graduatorie per l’assegnazione seguono criteri tortuosi e le alternative private sono costose. Il risultato è che ogni anno le famiglie fanno una gran fatica a trovare posti a prezzi accessibili. Questa incertezza rende difficile l’organizzazione della vita familiare e lavorativa di milioni di persone, specialmente per le donne che sono spesso costrette a dover scegliere tra lavoro e accudimento dei figli, dato che meno di 1 bambino su 3 riesce a trovare posto all'asilo nido. Ma qualche buona notizia c'è, ed è proprio in linea con quelli che, secondo le previsioni della UE, sono u risultati che si dovrebbero ottenere attraverso i finanziamenti erogati. La buona notizia (ma buona a metà, come vedremo) riguarda il tasso di occupazione delle donne tra i 15 e i 64 anni, che sale al 52,6%, segnando un incremento di 1,2 punti negli ultimi dodici mesi.

Perché buona a metà? La ragione è intuibile proprio da quel numero, 52,6, che non è onestamente un granché. E infatti l'Italia rimane ancora molto indietro rispetto alla media europea, che si aggira intorno al 66%. Nel nostro Paese, guardando il tasso di occupazione delle donne tra i 25 e i 49 anni, emergono due estremi: le madri del Mezzogiorno con un basso titolo di studio (22,9%) e le donne laureate che vivono da sole al Centro (97,0%). Uno dei dati che si confermano più immutati e rilevanti è che il nostro sia ancora, e forse sempre di più, un Paese a due velocità, spaccato tra un Centro-Nord che qua e là veleggia a buon ritmo, e un Sud che arranca. Il Sud Italia fa infatti registrare ancora una volta tassi completamente al di sotto delle medie europee e degli stessi valori medi italiani. Disparità che si ripetono in ogni settore, come, per esempio, quello sulle persone laureate. Iil 90% dei laureati della Lombardia ha un lavoro, un dato in piena media europea, mentre se si passa alla Calabria, ecco che solo il 65,3% dei laureati trova lavoro.

La questione si fa, come detto, ancora più grave se si considera la sola occupazione femminile. In Campania e Sicilia - record negativo europeo - è occupato solo il 29,1% della popolazione femminile in età lavorativa. Basti dire che tra marzo 2020 e marzo 2021 il numero di donne occupate è diminuito di 377.000 unità, quasi il doppio rispetto agli uomini. Eppure, studiare, anche in Italia, paga. Perché, come riferisce l’Istat, le laureate presentano comunque un tasso di occupazione superiore di due punti, quelle diplomate vantano un tasso dello 0,8% in più mentre per le donne con la licenza media ogni vantaggio si annulla. Il rapporto è chiaro: le laureate hanno un tasso di occupazione superiore di due volte e mezza a chi, invece, vanta un titolo di studio inferiore. Un gap che rimane solido anche se si prendono in considerazione le donne diplomate. Il distacco con le laureate pare incolmabile: 22 punti.

Rispetto al Nord, l’incidenza del titolo di studio per il lavoro è ancora più importante dove quasi il 70% di loro ha un posto di lavoro. Si tratta dell’unico indicatore in grado, se non di rivaleggiare, quantomeno di reggere il passo con il Settentrione. Perché se si prendono in considerazione le altre fasce, il confronto non esiste. La conclusione che traccia l’Istat è, insomma, che il titolo di studio “risulta fondamentale per la partecipazione al mercato del lavoro delle donne: esso influenza sia l’entrata nel mercato del lavoro sia le opportunità lavorative, anche in un`ottica di riduzione dei divari di genere”. Ma studiare, anche in un paese come il nostro dove l'istruzione è pubblica, è un privilegio. Questa primavera dall'Eurostat, l'istituto di statistica europea, sono arrivati i dati, aggiornati al 2021, sul tema e la tendenza rilevata dice che un giovane italiano su 4 tra i 15 e i 29 anni (poco meno del 25%) è attualmente a rischio povertà.

All'interno dell'Unione Europea, invece, la percentuale si riduce al 20% circa. Il nostro, dunque, è un tasso allarmante, che fa scivolare l'Italia al quinto posto tra i peggiori paesi europei. Eppure neanche Danimarca, Grecia, Spagna e Romania riescono a fare meglio. Il quadro finale, dunque, è un mezzo corto circuito: se studiare aiuta a trovare un lavoro, chi rischia di rimanere escluso dal mercato è proprio chi ne avrebbe più bisogno ma non ha le risorse economiche per poter andare avanti con gli studi. Specialmente, secondo alcuni retaggi patriarcali, se si è femmine. E ancora: se le donne non hanno la possibilità di poter lasciare i figli all'asilo, perché mancano i posti, saranno nella maggior parte dei casi la parte della coppia destinata a rinunciare al lavoro. Quindi occorre, e si spera che questo PNRR faccia il suo, provare a riparare le fondamenta, per continuare su questo trend leggermente positivo che riguarda l'occupazione femminile, ma che per quanto piccolo, è comunque un passo avanti.

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