I numeri non mentono e, purtroppo, sono allarmanti. Secondo gli ultimi dati diffusi da Women for Women’s Human Rights - New Ways (via NYT), in Turchia 4 donne su 10 subiscono violenza sessuale o fisica almeno una volta nella loro vita. Un'emergenza dilagante fotografata anche da Al Jazeera, secondo cui lo scorso anno si sarebbero registrati nel Paese almeno 474 femminicidi. Nonostante la sottoscrizione nel 2011 della Convenzione di Istanbul, il testo più avanzato e il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante per la prevenzione e il contrasto della violenza di genere e della violenza domestica, in Turchia essere donna è ancora estremamente difficile. Una piaga quella del femminicidio tornata sulle prime pagine dei giornali turchi a fine luglio dopo la morte di Pinar Gültekin, studentessa universitaria di 27 anni uccisa barbaramente dal suo ex compagno, il cui corpo è stato ritrovato in un bosco fuori Muğla, una città nella Turchia sud-occidentale, dentro a un bidone coperto di cemento.
Come ricorda The New York Times, il trattato sulla violenza domestica firmato a Istanbul nel 2011 e ai tempi visto come "un notevole progresso per i diritti delle donne" a conti fatti non ha portato a un miglioramento della condizione femminile. Il numero di donne uccise in Turchia è aumentato anno dopo anno, idem per le statistiche sulle violenze domestiche, aumentate vertiginosamente nel più recente lockdown. Nonostante la scarsa efficacia del trattato, sono in molti a riconoscerne la profonda risonanza simbolica: per questo la notizia che il governo turco guidato dal controverso Erdogan starebbe pensando di ritirarsi dall'accordo ha alimentato una serie di proteste e manifestazioni nel Paese organizzate da gruppi ed associazioni femministe. Da settimane, in tutti i centri maggiori, da Istanbul alla capitale Ankara alla multietnica Smirne, infatti, migliaia di persone, e soprattutto donne, stanno scendendo in piazza per protestare contro una decisione che si annuncia imminente e purtroppo risolutiva.
Molti sostenitori dei diritti delle donne affermano che invece di abbandonare il trattato, il governo dovrebbe utilizzarlo per rivedere un sistema che spesso consente agli abusi domestici di rimanere impuniti. A minare la credibilità della Convenzione, i gruppi di estrema destra secondo cui l'accordo sarebbe "una minaccia alla sovranità nazionale" e alla "famiglia tradizionale", perché promuove la "politica di genere" e "l'ideologia LGBTQ+ ", etichettandolo come totem per tutti i mali della democrazia liberale in stile occidentale. A luglio il vicepresidente dell’Akp, Numan Kurtulmuş, ha descritto la firma della convenzione come una mossa "sbagliata" e ha suggerito un ritiro della Turchia. La ratifica della convenzione, in realtà, è in fase di stallo in diversi paesi europei tra cui Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia e Slovacchia con la Polonia che ha annunciato il 26 luglio l'intenzione di ritirarsi.
Secondo Feride Acar, professore presso la Middle East Technical University di Ankara, Erdogan avrebbe deciso di appoggiare il dietro front per strategia politica, ovvero per conquistare "un elettorato più piccolo, che include gruppi che spesso hanno idee più estreme e programmi più religiosi". A remare contro (per fortuna) la figlia del Presidente turco, Sumeyye Erdogan, che si è schierata dalla parte della Convenzione attraverso l’associazione di cui è vicepresidente, la Woman and Democracy Association, che in una dichiarazione ufficiale ha ricordato l’importanza dell'accordo nella "protezione dei diritti delle donne contro ogni tipo di violenza" respingendo le accuse sulle presunte minacce alla famiglia tradizionale turca che sarebbero contenute nel testo. "In una relazione dove non c'è amore e rispetto e una parte è tormentata dalla violenza, non possiamo più parlare di famiglia", cit. da sottoscrivere senza esitazioni.