C'è una storia brutale e crudissima che arriva da Brescia, ed è una di quelle in cui all'ingiustizia iniziale se ne sommano altre, in un'escalation insopportabile per noi che ne veniamo a conoscenza, figurarsi per chi ne è suo malgrado protagonista. Il fattore scatenante, ciò da cui tutto è partito è, di nuovo, il revenge porn, ossia la diffusione e condivisione non consensuale di materiale erotico privato contro cui, finalmente, anche in Italia abbiamo una legge. La misura, che nella vicenda che a breve vi racconteremo rimane l'unico spiraglio a cui la vittima può aggrapparsi, introduce la reclusione da uno a sei anni e una multa da 5mila a 15mila euro per “chiunque invii, consegni, ceda, pubblichi o diffonda immagini o video di organi sessuali o a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate”. Ecco, la diffusione virale, fuori controllo, gigantesca, di un filmato erotico in origine destinato al solo partner, è ciò che è precipitato addosso ad una dottoressa bresciana, ovviamente rimasta anonima, finita in un numero spaventoso di gruppi telegram e chat whatsapp, in Italia ma anche in svariate parti del mondo. E ad aggravare un quadro già drammatico, come riportato da Selvaggia Lucarelli su Tpi "le persone non si limitano a condividere solo i video, ma anche nome e cognome della donna, numero di cellulare, il suo cartellino sanitario, l’indirizzo di casa sua con indicazioni di google maps". Ma non finisce qui, perché la mazzata finale è arrivata da uno degli studi oculistici dove lavorava la dottoressa, che ha deciso di licenziarla per "danno d'immagine", a conferma che le cose accadono sì on line, ma hanno conseguenze pesantissime nel mondo reale.

Ora, anche i dettagli, in questo orrore italiano, sono un'aggravante, perché pare che ad iniziare la catena di condivisione dei video, siano stati poliziotti e carabinieri, le cui chat sono state "screenshottate" dalla donna e consegnate in Procura, dove ora ci sono tre nomi nel registro degli indagati. Oggi, tuttavia, la notizia che più sconvolge è che qualche giorno dopo l’inizio dell’indagine, la vittima è stata di nuovo abusata, con un licenziamento vigliacco e motivato dal datore di lavoro con il fatto di aver ricevuto chiamate da uomini "che volevano un appuntamento con la professionista senza far riferimento alla problematica da affrontare e senza lasciare recapito telefonico".

Secondo l’uomo, dunque, quei video diffusi sul web e via whatsapp senza, ribadiamo, il consenso della donna (che, altro particolare atroce, se li è visti condividere anche nelle chat delle scuole dei suoi due bimbi piccoli, ndr), hanno generato una serie di richieste di appuntamento da parte di uomini che usavano i contatti della struttura medica per incontrare la donna con urgenza, creando imbarazzo. Ciò che turba ulteriormente nella lettera di licenziamento, è che il titolare descrive minuziosamente i contenuti dei video, compresa la tipologia di atti sessuali compiuti dalla donna in alcune scene, affermando che a suo avviso "i filmati che stanno circolando, di cui lei è protagonista, non sembrano scene rubate alla sua vita personale, intima, ma sono più simili a un’esibizione in cui lei vuole ostentare una certa abilità”. Un vero e proprio victim blaming, che, ancora una volta, mette la donna nella posizione di poter essere offesa, derisa e umiliata. Insomma, tutto sbagliato, tra cattiveria ed ipocrisia, per cui, davvero, come si diceva all'inizio, l'unica speranza è che la giustizia faccia il suo corso e la legge venga applicata contro i responsabili. Perché, purtroppo, sulle menti delle persone che agiscono con crudeltà, nulla o quasi possiamo fare.

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