Marguerite Séverine Philippine Decazes de Glücksberg era il suo nome alla nascita, ma tutti la chiamavano Daisy e passò alla storia come Daisy Fellowes, cognome del suo secondo marito. Questa è la storia dell’ereditiera dei Singer, nipote dell’inventore della macchina da cucire che fu anche principessa e musa ispiratrice di Coco Chanel e Elsa Schiaparelli. Daisy nacque a Parigi nel 1890 ed ebbe una vita da romanzo. Il padre Jean Élie Octave Louis Sévère Amanieu Decazes, un duca, aveva partecipato alle Olimpiadi di Parigi del 1900 vincendo un argento come velista. La madre Isabelle-Blanche Singer era figlia di quell’Isaac Merrit Singer che a 12 anni scappò di casa per unirsi a una compagnia viaggiante e poi inventò la macchina da cucire a pedale facendo fortuna.
A sei anni, dopo il suicidio della madre, venne affidata alla zia materna Winnaretta, sposata a un principe ma dichiaratamente lesbica. Si era maritata per avere un titolo e l’accesso garantito all’alta società ma il matrimonio, mai consumato, era stato annullato. Poco dopo si era trovata un altro principe, stavolta omosessuale anche lui, di 30 più grande, che percorreva la vita esattamente come lei tra feste, musica e liti teatrali. Daisy e suo fratello crebbero in una grande casa piena di personaggi stravaganti.
A 19 anni si sposò per la prima volta. Era già duchessa ma divenne principessa sposando Jean Amédée Marie Anatole de Broglie. Si stabilirono nell’Oxfordshire dove tutti si aspettavano che conducesse una vita decorosa. Ma non era quello che Daisy aveva imparato da zia Winnaretta. Preferiva vivere fuori dalle convenzioni, che la annoiavano a morte. Si vociferava che il marito fosse omosessuale e Daisy trovava il suo divertimento altrove. Ebbero comunque tre figlie, Emmeline, Isabelle e Jacqueline, anche se lei non si dimostrò mai molto materna. Si racconta che un giorno, vedendo tre bellissime bambine con la loro tata a Hyde Park, chiese di chi fossero. “Sono sue!” aveva risposto sconvolta la tata.
Il principe de Broglie perse la vita in Algeria prestando servizio come ufficiale dell’esercito francese. Ufficialmente per colpa di un’influenza, ma secondo le voci si era suicidato quando le sue preferenze sessuali erano venute allo scoperto. A 27 anni Daisy era vedova nonché la donna più ammirata dell’alta società europea, non mancava una festa ed era presenza fissa sulle pagine mondane. Si cibava unicamente di fagiano e ben prima che le diete diventassero una moda da seguire adottò un regime alimentare simile al digiuno intermittente, ma con più cocktail. Della sua dieta abituale facevano parte anche le droghe. Benzedrine e morfina, all’inizio, poi anche cocaina. Gli amici li riceveva spesso mentre faceva il bagno, coperta da uno speciale manto di cellophane che accessoriava con un gran numero di gioielli.
Ovunque andasse era considerata icona di stile. Amava gli abiti semplici ma con un tocco sovversivo che si facesse notare, spesso un gioiello. La sua collezione era seconda solo a quella reale. Preferiva Val Cleef, Suzanne Belperron e Cartier, che per lei creò la stupefacente collana Tutti Frutti. Indossava i suoi preziosi monili persino in spiaggia, sopra il costume da bagno. Ai matrimoni si presentava in nero e ai funerali in rosso e fu la prima a indossare lo shoe hat disegnato da Salvador Dalì per Elsa Schiaparelli, che apposta lei immaginò il colore rosa shocking. Fu anche tra le prime a fare ricorso anche alla chirurgia estetica, allora agli albori. A 20 si sottopose al primo intervento per correggere un naso che le pareva troppo grosso.
Fallito il tentativo di conquistare Winston Churchill proprio alla vigilia delle sue nozze con Clementine Hozier, ripiegò sul cugino Reginald Ailwyn Fellowes. Era un banchiere e figlio del barone di Ramsey e con lui ebbe una quarta figlia, Rosamund. Negli anni ’20 e ’30 era definita dai giornali “la donna più elegante del mondo”. Aveva naso per le tendenze e spesso le anticipava tanto che nel 1933 Harper’s Bazaar le offrì un incarico come corrispondente da Parigi. Lo accettò ma dirottò il compenso verso un orfanotrofio parigino. Scrivere le piacque tanto che pubblicò anche qualche romanzo e un poema epico.
Intanto allacciava nuove relazioni, spesso fugaci. Più di un uomo al suo cospetto disse di essersi sentito come un coniglio nelle mire di un falco. Più duratura fu la relazione con l’ambasciatore britannico in Francia Duff Cooper, durò ben 17 anni. Della relazione erano al corrente sia il marito di lei che la moglie di lui, Lady Diana Cooper, eterna rivale nei salotti dell’aristocrazia inglese e francese.
Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale dovette lasciare la Francia e rifugiarsi nel Regno Unito, dove continuò imperterrita a dare feste e far parlare di sé. Nel 1953, vedova anche del secondo marito, tornò a Parigi per stabilirsi al 69 di rue de Lille dove accoglieva gli intellettuali e gli artisti del momento, da Jean Cocteau a Diaghilev. I party più favolosi li dava a bordo dello yatch Sister Anne. Si dice che sciogliesse le benzedrine nei cocktail dei suoi ospiti per rendere le feste più animata. Era sua abitudine scegliere uno degli ospiti come vittima designata e sottoporla a ogni tipo di maltrattamento davanti a tutti, solo per divertirsi. A quelle feste partecipavano anche il principe di Galles e Wallis Simpson.
Un party dopo l’altro, spesso in maschera, si divideva tra un castello a Neuilly pieno di opere di Cocteau e una villa a Cap Martin con le pareti adornate da Tiepolo. A Londra preferiva alloggiare in albergo, al Claridge o al Dorchester. Possedeva anche un appartamento a Belgravia, una casa a Tangeri e la tenuta di Donnington Grove che era stata del marito Reggie. L’avventura di Daisy terminò in un giorno di Dicembre del 1962. Morì a 72 anni nella sua casa parigina. Diana Vreeland aveva detto di lei che aveva “l’eleganza dei dannati” e Karl Lagerfeld la definì “la donna più chic su cui abbia posato gli occhi”.