«Coraggio, entra.»

Indico il mare facendo un piccolo inchino.

Lei se ne sta dritta sul bagnasciuga, con i piedi affondati nella sabbia. Pizzica l’orlo del costume, fa no con la testa.

«Non lo so se mi fido.»

«Di me?»

«Dell’acqua. È troppa.»

Le giro le spalle e con un tuffo buco le onde appena accennate. Riemergo sistemandomi i capelli: torno a guardarla.

«Non s’impara a nuotare in una pozzanghera. Ti reggo per la pancia.» Allungo le braccia mostrandole le mani con i palmi in su.

Fa qualche passo: l’acqua le lambisce le gambe in un attimo.

Torna indietro.

Di nuovo i piedi nella sabbia, di nuovo un lavorio di dita tra i fiori del costume.

È piccola.

Lo penso all’improvviso e sento la tenerezza farmi molle. La raggiungo, mi chino a un passo da lei, gli occhi negli occhi.

«Allora?»

«Magari domani.»

Sbuffo, ma con un po’ di sorriso, perché da qualche tempo si risente per ogni cosa. La stringo e sta tutta in un giro di braccia.

«Andiamo.»

Questa volta è lei a sbuffare, lo fa serrando i pugni. Ma poi li rilascia e mi permette d’infilare le dita tra le sue. Cammino a ritroso conducendola con me. Il mare ne inghiotte caviglie, ginocchia, cosce. Quando a sparire sotto la superficie è la pancia, le sfugge un grido. Non c’è che un pugno di cristiani in spiaggia, nessuno fa caso a noi.

Sciolgo la presa, si acciglia. Le faccio una carezza appiccicandole i capelli alla fronte.

«Muovi le braccia… così.»

Creo piccoli cerchi nell’acqua. Lo fa anche lei, la fronte sempre arricciata, le labbra mute e asciutte.

«Solleva i piedi e battili forte.»

«Vado giù!»

«Ci sono io.»

Tendo le braccia sotto la sua pancia spingendole i fianchi verso l’alto: le gambe si sollevano, cercano un appoggio, fluttuano strappandole un nuovo grido di paura e meraviglia.

«Tienimi stretta!»

«Ti tengo.»

«Non…»

Il mare la zittisce riempiendole la bocca. Faccio per intervenire… ma lei batte i piedi. Alza un ventaglio di spruzzi, ride. Tossisce, ride più forte.

Allora rido anch’io, la sospingo un poco perché avanzi, le dico mille volte quanto è brava.

«Nuoto!»

Lo urla, qualche testa si gira. Non le importa. Schizza mare ovunque, la bocca è uno spicchio di sole.

«Nuoto» ripete, «nuoto!»

«Nuoti, nonna… nuoti!»

Sara Gambazza è una scrittrice italiana, il suo ultimo romanzo è Quando i fiori avranno tempo per me (Longanesi). L'immagine che ha ispirato il suo racconto fa parte del progetto Manual of how to become a good girl della fotografa Vanessa Lucrezia Francia, classe 1994. Scatti di famiglia, foto d'archivio, autoritratti e istantanee condivise sui social, accompagnate da didascalie a volte descrittive, altre ironiche o cupe, compongono un percorso di crescita intimo e personale che parte dall'infanzia, quando i gesti sono più liberi e spontanei.