«Io, la pasta? La mangerei anche a colazione…». Sembrerà pure scontato che la figlia del re della pasta entri in scena così, dove lui è Massimo Menna, ad di un pastificio - Lucio Garofalo - nato nell’anno della Rivoluzione Francese e a suo modo altrettanto rivoluzionario, nonché presidente del Consorzio di tutela Pasta di Gragnano (quel Gragnano che è lo Shangri-La dei carbs-gourmet, microclima mitico ma luogo realissimo e ideale per la produzione) – e lei, quarta generazione, ne è l’attuale brand manager.
Ma sarà dono di natura, felice congiunzione astrale o gentile malizia comunicativa, Anita Menna è proprio così: trasparente – come il loro caratteristico packaging «senza timore di mostrare le imperfezioni che nessuno ha mai avuto il coraggio di mostrare… d’altra parte io son piena di difetti!», verace – «ma sto imparando a contare prima di parlare…», contagiosamente allegra - «perché, chi è mai stato triste davanti a un piatto di pasta?».
Beh, io triste sì lo sono stata, studente all’estero in classica famiglia, di fronte alla pasta servita scotta o condita con sughi improbabili…
«Sì, terribile…però, se lei ci riflette, quella famiglia, per farla felice, perché lei si sentisse a casa, le aveva preparato un piatto di pasta. La pasta è un simbolo di italianità, come la pizza, ma io dico ancor di più, perché fa bene al fisico, fa bene al cuore, ti mette di buon umore… Diciamocelo: non ha un difetto (ride)»
E il suo primo ricordo legato alla pasta qual è?
«Ci penso, ci penso.., ma, creda, è difficile. E’ come se le chiedessi qual è il suo primo ricordo di casa, non c’è! Con la pasta ci sono nata e cresciuta, mio padre andava a lavorare e io appresso, giravo dappertutto, ero la bambina di tutti. Le dico “casa” perché è quel posto dove sono sempre corsa quando avevo un problema, il mio rifugio».
Cioè non si chiudeva nella sua stanza come fan tutti?
«No, no. Dovevo andare al pastificio da papà, era l’unica cosa di cui avevo bisogno. Un po’ perché non sono un essere umano tendente al solitario – e lo sono tuttora, arrabbiata o delusa che sia stare in mezzo a tante persone mi aiuta; un po’ perché il pastificio, e le persone che ci lavorano, sono una seconda famiglia per me, ritrovarmi insieme a loro e sentire quell’odore dell’impasto che si trasforma – non so come spiegarglielo, se non è mai stata in un pastificio – mi tranquillizza, mi rasserena. Quell’odore ancora oggi ha un potere speciale su di me, in un attimo mi fa tornare bambina, in un istante mi dà gioia».
Ma avrà pure giocato a casa con gli altri bambini….
«Ma se le dico che era casa, era casa per davvero… Le racconto solo che, il sabato, mio padre ci veniva a prendere a scuola, si caricava una marea di bambini e andavamo tutti al pastificio, come in gita. E le gite erano spesso… Papà ci faceva trovare dei cartoni enormi – erano quelli usati per imballare le varie linee di pasta – e quelli diventavano i nostri magici castelli. L’unica zona vietata era ovviamente la produzione, ma gli uffici erano tutti a disposizione. Come avere stanze di gioco continuamente moltiplicate, fornite di tutto – grazie alla fantastica signorina Giovanna che in un mobile teneva anche interi set di lavagnette, colori, pennarelli…»
Lei ha due figli piccoli, fa lo stesso con loro?
«Assolutamente! Non solo li cresco, ma li ho pure svezzati a pasta! Le mamme iniziano con la crema di riso, io con la pastina. Lo so, può far ridere, ma se vi dico che la pasta è buona per tutto, lo dico sinceramente. Poi certo li porto sempre al lavoro con me, come papà ha fatto con me e mio fratello (Stefano, minore di quattro anni, ndr), sia che vada al pastificio o sia impegnata in giro».
Era quindi destino lavorasse in azienda o ha mai desiderato fare altro?
«Sono entrata in azienda perché volevo farlo, ma in realtà i nostri genitori – e qui parlo anche per mio fratello – non ci hanno mai obbligato né indirizzato su quella che doveva essere la nostra strada. Siamo stati liberi di scegliere. Comunque io ho sempre pensato che avrei affiancato papà, prima o poi, e che sarei tornata a casa, come Lassie (ride). Quindi “prima” ho deciso che avrei girato un po’ – faceva parte, questo sì, di quella strada che si deve percorrere per crescere».
Ha vissuto anche a New York per un certo tempo…
«Già, un momento speciale… L’anno del peggior uragano della sua storia (Sandy, ndr) – e non ero io! (ride)».
Un gran stravolgimento?
«Una tragedia… Chiamo in Italia: “Papà sto senza pasta a casa”, lui mi risponde “Non ti preoccupare, te la mando!”, ma io non ho resistito ad aspettare e sono andata a comprarmela. Non ci so stare senza. E sa qual è lo spaghetto più venduto in America? Il nostro! Posso dire di avere contribuito (ride)»
Formato preferito?
«Io gli elicoidali, mio padre le caserecce, mio fratello gli spaghetti… Ognuno ha il suo. Per fortuna ne abbiamo oltre cento (ride)»
E la ricetta preferita?
«Allo scarpariello, semplicissima: salsa di pomodoro e parmigiano, ma tanto parmigiano perché si deve sciogliere in padella e diventare una crema. Mmmhhh…la cosa più buona del mondo!».
La pasta del futuro sarà…
«La nostra, sempre più buona (ride)! Più buona perché più sostenibile – siamo stati la prima azienda del settore a presentare un packaging in plastica riciclata e da due anni partecipiamo al progetto Impatto zero di Lifegate. Più buona perché più sana e gustosa – vedi Strapasta, 100 per cento grano ma con un’importante quantità di proteine e fibre grazie a un particolare processo di lavorazione del germe di grano, una volta scartato, messo a punto con il nostro mulino, Molino Casillo: il problema dell’integrale è che non tutti ne amavano il forte retrogusto, Strapasta ha tutti i vantaggi dell’integrale e della proteica mantenendo però lo stesso sapore della tradizionale».
Avete un centro studi-ricerca?
«Le vorrei dire di sì….per sembrare un’azienda seria (ride). Ma no, in realtà le idee migliori nascono più dal cuore che dalla testa – come direbbe papà - più dall’intuito che non da una vera strategia. Così è stato per lo spaghettone, lo spaghetto XL, o anche la linea Potere al pomodoro, 100 per cento pomodoro italiano sotto forma di passata, polpa, ciliegini interi…»
Però mi dicono che al suo matrimonio non c’era neanche un piatto di pasta…
«Confesso, neanche uno! Sarebbe stato troppo scontato, no? Scontato e presente, invece, era lo chef Niko Romito, nostro partner da quindici anni e posso dire anche lui ormai di famiglia – mi ha preparato i tortelli freschi».
E proprio non ne ha sentito la mancanza, in un giorno così importante?
«A dire il vero, “durante” neanche me ne sono resa conto, perché è stato un matrimonio molto festa e poco matrimonio, sarò stata seduta a tavola mezz’ora a dir tanto».
Allora capita anche a lei, un giorno senza…
«Aspetti… Ma davvero lei pensa che io potessi stare un intero giorno senza? La sera tardi mi è presa una fame terribile - d’altra parte avevo mangiato pochissimo – mi son guardata intorno e, ragazzi, scarpariello a volontà! Sorpresa?!»
Forse mi avrebbe colpito di più un dolce a base di pasta by Niko Romito…
«Ha ragione, ottima idea! Lo chiamo subito…».